#2024

14/05/2024

Per otto giorni anche gli spettatori più piccoli potranno partecipare al festival seguendo proiezioni, spettacoli e laboratori. Fra le rassegne, omaggi all’animatrice e artista della plastilina Fusako Yusaki e all’animazione portoghese a cura della Cinemateca Portuguesa, uno speciale su Le più belle fiabe del mondo prodotte dalla Radiotelevisione svizzera negli anni Ottanta, e selezioni di corti animati provenienti da due festival importanti come Annecy e Clermont-Ferrand. Il programma delle proiezioni sarà arricchito da una serie di laboratori dedicati all’animazione e al precinema. La voce del Cinema Ritrovato Young – un gruppo di giovani cinefili dai 16 ai 19 anni che nel corso dell’anno programma una rassegna al Cinema Modernissimo – si farà sentire attraverso una selezione di titoli che come di consueto verranno da loro promossi e introdotti, interviste agli ospiti e al pubblico del festival  e video-recensioni dei film. A cura di Schermi e Lavagne

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14/05/2024

La sottomissione femminile all’interno della società patriarcale, sia in senso letterale che come allegoria di un regime totalitario; il percorso a ritroso della memoria familiare che diventa racconto politico collettivo; la condanna alla repressione coloniale e la celebrazione di arte e cultura autoctone come elemento di resistenza e liberazione. Sono alcuni dei temi che attraversano le opere presentate quest’anno. Undici nuovi restauri, di cui sette in anteprima assoluta, ci condurranno dalla periferia di Dakar alle viscere di Manila, nei villaggi rurali dell’Iran meridionale e della Siria occidentale, e ancora nella regione indiana di Odisha e sull’isola di Capo Verde. A cura di Cecilia Cenciarelli

Entezar (Waiting, Iran 1974) di Amir Naderi • The Sealed Soil (Iran 1977) di Marva Nabili • La Nouba des femmes du Mont Chenoua (Algeria 1978) di Assia Djebar • Fogo, l’île de Feu • Cap-Vert, un Carnaval dans le Sahel  • (Francia-Capo Verde 1979) di Sarah Maldoror • A Bissau, le Carnaval (Guinea Bissau-Francia 1980) di Sarah Maldoror • Bona (Filippine 1980) di Lino Brocka • Māyā Miriga (India 1984) di Nirad Mohapatra • Camp de Thiaroye (Senegal-Algeria-Tunisia 1988) di Sembène Ousmane e Thierno Faty Sow • Nujum Al-Nahar (Stars in Broad Daylight, Siria 1988) di Ossama Mohamed • Al-leil (Siria 1992) di Mohammad Malas

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14/05/2024

Associato principalmente al Caucaso meridionale, Sergej Paradžanov ha realizzato la maggior parte dei suoi film in Ucraina. Dopo essersi diplomato al VGIK di Mosca, divenne dipendente del Dovženko Film Studio di Kiev. Nonostante negli anni della maturità Paradžanov abbia spesso sminuito i film realizzati prima delle Ombre degli avi dimenticati, i quattro lungometraggi e i tre documentari che lo precedettero rivelano un cineasta diverso ma non per questo meno affascinante. Grazie al nuovo restauro di Le ombre degli avi dimenticati, alle scansioni dei negativi originali conservati al Dovženko Centre e alle rare copie 35mm d’archivio, questo omaggio offre l’opportunità di tracciare l’evoluzione creativa di Paradžanov nell’anno del suo centenario. A cura di Olena Honcharuk e Daniel Bird, in collaborazione con Cecilia Cenciarelli

Andriješ / Andrieš (Andriesh, 1954) • Peršyj chlopec’ / Pervyi paren’ (The Top Guy, 1958) • Dumka (1957) •  Zoloti ruky / Zolotye ruki (Golden Hands, 1957) • Kvitka na kameni / Cvetok na kamne (Il fiore sulla pietra / The Flowers on the Stone, 1960-62) • Ukrajins’ka rapsodija / Ukrainskaja rapsodija (Rapsodia ucraina / Ukrainian Rhapsody, 1961) • Kyjivs’ki freski / Kievskie freski (The Kiev Frescoes, 1966) • Tini zabutych predkiv / Teni zabytych predkov (Le ombre degli avi dimenticati / Shadows of Forgotten Ancestors, 1966)

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14/05/2024

Film sul cinema, documentari recenti e classici che tornano a vivere sul grande schermo in versione restaurata. Fra questi ultimi, i tre corti girati dal giovane Stanley Kubrick a inizio anni Cinquanta e quattro film di Lionel Rogosin, di cui quest’anno ricorre il centenario, esponente di quella costola del New American Cinema più sensibile all’analisi sociale e alla critica politica. Non mancheranno straordinari ritratti di Maestri (Powell e Pressburger, Lynch, Bellocchio, Demy e i ‘ribelli’ Léaud, Paradžanov e Landrián, il primo regista nero di Cuba) e di star (la divina Marlene ed Henry Fonda, specchio e mito d’America). E poi opere libere e sperimentali che esplorano il variegato mondo della cinefilia (come Film Is Dead. Long Life Film! o l’autobiografico Celluloid Underground), praticano il riuso creativo di materiali d’archivio (Where Is Pessoa?), o ragionano sul potere mistificante delle immagini, come Falso storico, opera postuma di Felice Farina. A cura di Gian Luca Farinelli

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14/05/2024

Andate a ritroso, partendo da Sois belle et tais-toi!, e riavvolgete il nastro. Perché la carriera di Delphine Seyrig non può essere separata dal suo impegno femminista. Seyrig è allo stesso tempo un’icona per i cinefili e per le femministe, quindi più attuale che mai. Cinque proiezioni per incendiare lo schermo con le apparizioni nottambule di Fabienne Tabard (Baisers volés, 1968), per vagare con l’irresistibile contessa vestita di strass in Lèvres rouges (1971), capire il lavoro di rottura e decostruzione portato avanti con le amiche militanti Chantal Akerman, Liliane de Kermadec e Babette Mangolte. Delphine per sempre, ma soprattutto ora. “Quel che è certo è che ogni volta che interpreto un ruolo ho l’impressione di dovermi rimpicciolire un po’. Ho l’impressione che oggi bisognerebbe creare, per le donne, personaggi come quelli che sono stati creati per gli uomini, cioè gli equivalenti di Amleto, di Macbeth, ruoli in cui le donne pensino e agiscano, ruoli che facciano venir voglia di partecipare alle cose, di vivere esistenze avventurose” (Delphine Seyrig). A cura di Emilie Cauquy

Qui donc a rêvé (1966) di Liliane de Kermadec • Baisers volés (Baci rubati, 1968) di François Truffaut • Les Lèvres rouges (1971) di Harry Kumel • Sois belle et tais-toi! (1976) di Delphine Seyrig • Golden Eighties (1986) di Chantal Akerman • Calamity Jane & Delphine Seyrig, a Story (2019) di Babette Mangolte

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14/05/2024

Quest’anno, ancor più che nelle precedenti edizioni, abbiamo ricevuto da tutto il mondo centinaia di proposte di nuovi affascinanti restauri. Al termine di un lungo processo di selezione, abbiamo elaborato un programma nel quale ogni spettatore potrà trovare la propria felicità cinefila. Tra gli eventi più attesi, il ritorno, come non l’avete mai vista, di un’opera monumentale e ‘invisibile’ per eccellenza, il Napoléon vu par Abel Gance, di cui presentiamo, grazie al lavoro decennale della Cinémathèque française, la prima parte (3 ore e 47 minuti). La collaborazione tra la Warner Bros. e la Film Foundation di Martin Scorsese ha permesso il restauro di alcuni classici eterni del cinema USA – Sentieri selvaggi di John Ford e Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock – in 70mm, il ‘glorioso’ formato che raddoppia la larghezza delle pellicola come il piacere della visione su grande schermo. Ma teniamo viva anche la  nostra passione per le pellicole 35mm vintage Technicolor con alcune copie preziosissime che l’Academy Film Archive presenterà eccezionalmente al nostro festival. Celebreremo anche il centenario della Sony Columbia, una casa di produzione che ha attraversato (e fatto) la storia del cinema. Se avete l’impressione che ci siano troppi film a stelle e strisce, vogliamo rassicurarvi: potrete vedere anche restauri definitivi di opere di Yasujiro Ozu, Hans Fischinger, Carlo Rim, Akira Kurosawa, Carlos Saura, Jacques Demy, Mario Bava, Antonio Pietrangeli, François Truffaut, Miklós Jancsó, Seijun Suzuki, Satyajit Ray, Peter Zadek, Ester Krumbachová, Marco Bellocchio… Per il terzo anno Pratello Pop aprirà le porte del Cinema Europa (dove il festival è nato trentotto anni fa) ai film cult e ‘alternativi’. All’interno dell’ampia selezione di film muti, segnaliamo in particolare il restauro Gaumont del serial in dodici episodi del 1916 Judex di Louis Feuillade, e una selezione di corti con Stanlio e Ollio del 1927, finalmente restaurati da FPA Classics. Abbiamo la conferma di tantissimi ospiti amici, registi, colleghi, restauratori. Ne annunciamo uno per tutti: Wim Wenders che presenterà due dei suoi film più emblematici, Paris, Texas e Buena Vista Social Club. A cura di Gian Luca Farinelli

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09/05/2024

In mezzo secolo di carriera Gustaf Molander realizzò oltre settanta film di generi e stili diversi e lasciò un’impronta indelebile sulla storia del cinema svedese. Se Ingmarsarvet (The Ingmar Inheritance, 1925) è l’epilogo dell’età dell’oro del cinema muto svedese e si colloca alla pari con alcuni dei più celebri film coevi, il programma mette in luce anche la genialità con cui Molander padroneggiò il dramma, il noir e la commedia dopo l’avvento del sonoro, con film come En natt (Solo una notte, 1931), Kvinna utan ansikte (La furia del peccato, 1947) e Fästmö uthyres (Fiancée for Hire, 1950). Ben più di un regista versatile capace di eccellere in vari generi, Molander ebbe anche la straordinaria capacità di far emergere le vere potenzialità degli attori e soprattutto delle attrici. I suoi film degli anni Trenta lanciarono una giovane Ingrid Bergman verso la fama internazionale, ma la retrospettiva offrirà anche la preziosa opportunità di ammirare Harriet Andersson, Eva Dahlbeck, Inga Landgré e Gunn Wållgren agli inizi delle rispettive carriere. A cura di Jon Wengström

Ingmarsarvet (The Ingmar Inheritance, 1925) • Till Österland (Verso Oriente / To the East, 1926) • En natt (Solo una notte / One Night, 1931) • En Kvinnas Ansikte (Senza volto / A Woman’s Face, 1938) • Ordet (Ordet – La parola / The Word, 1943) • Kvinna utan ansikte (La furia del peccato / Woman Without a Face, 1947) • Fästmö uthyres (Fiancée for Hire, 1950) • Trots (Defiance, 1952)

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09/05/2024

Alla fine degli anni Quaranta e nei primissimi anni Cinquanta vengono prodotti alcuni rari film in cui le preoccupazioni del presente e i ricordi dolorosi e vergognosi del passato recente sono al centro di storie che si svolgono ai margini della Germania e dell’Austria, in un altrove rurale rappresentato dalle regioni alpine. In termini di genere, questi film affondano le radici in ciò che sarà presto definito Heimatfilm: opere ambientate in specifici paesaggi i cui abitanti sono visti come esempio delle tradizioni necessarie ad affrontare le sfide della vita (urbana) moderna. Ma rispetto agli Heimatfilm classici queste gemme hanno più a che fare con il noir (Die Alm an der Grenze, 1951) o l’horror (Die seltsame Geschichte des Brandner Kaspar, 1949), dialogano con l’espressionismo (Die Sonnhofbäuerin, 1948) e con il neorealismo (Bergkristall, 1949), e offrono opinioni politiche completamente discordanti rispetto alle narrazioni ufficiali dell’epoca. Poco conosciuti e visti perfino nei loro paesi d’origine, questi film aprono squarci inaspettati su un periodo di transizione della Germania e dell’Austria e delle loro cinematografie. A cura di Olaf Möller

Die Sonnhof-bäuerin (1948) di Karl Kurzmayer & Wilfried Fraß • Die Frau am Weg (1948) di Eduard von Borsody • Die seltsame Geschichte des Brandner Kaspar (1949) di Josef von Báky • Bergkristall (Caino! / Mountain Crystal, 1949) di Harald Reinl • Geheimnisvolle Tiefe (Profondità misteriose / Mysterious Shadows, 1949) di Georg W. Pabst • Die Martinsklause (The Cloister of Martins, 1951) di Richard Häussler • Die Alm an der Grenze (T. alt.: Der Berg der Liebe, 1951) di W. Janssen & F. Antel

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09/05/2024

Kozaburo Yoshimura (1911-2000) è uno dei maestri sottovalutati del cinema classico giapponese. A lui si devono alcuni dei drammi più avvincenti del Giappone postbellico, che testimoniano in maniera eloquente i cambiamenti sociali di un paese che si stava rapidamente modernizzando e occidentalizzando. La sua carriera di regista inizia alla Shochiku negli anni Trenta e continua fino agli anni Settanta, ma questa rassegna si concentra sulla produzione degli anni Cinquanta, quando l’arte di Yoshimura tocca il suo vertice. Lavorando per lo più alla Daiei, in fruttuosa collaborazione con lo sceneggiatore Kaneto Shindo (anch’egli illustre regista), Yoshimura realizza una serie di gioielli come Clothes of Deception (1951) e Undercurrent (1956, scritto da Sumie Tanaka, la più importante sceneggiatrice giapponese). Questi film gli valsero il paragone con Mizoguchi per la sensibile esplorazione dell’esperienza femminile. Realizzata con il sostegno di Kadokawa, Shochiku, The Japan Foundation e National Film Archive  of Japan, la retrospettiva presenterà un nuovo restauro digitale 4K e copie d’epoca 35mm che metteranno in luce la bellezza, la forza e l’attualità del cinema di Yoshimura. A cura di Alexander Jacoby e Johan Nordström

Foto tratta da Chijo © Kadokawa

Itsuwareru Seisou (Clothes of Deception, 1951) • Nishijin no Shimai (Sisters of Nishijin, 1952) • Yoru no kawa (Undercurrent, 1956) • Osaka Monogatari (An Osaka Story, 1957) • Chijo (On This Earth, 1957) • Yoru no Sugao (The Naked Face of Night, 1958) • Onna no saka (A Woman’s Uphill Slope, 1960)

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09/05/2024

Una panoramica sul cinema di cento anni fa con una selezione di classici canonici e rarità meno note ritrovate negli archivi: opere fondamentali dell’avanguardia francese, la maestosa consacrazione hollywoodiana del maestro svedese Victor Sjöström, He Who Gets Slapped, la “macchina da presa scatenata” in L’ultima risata (Der letzte Mann) di F.W. Murnau, quel Quo vadis? sontuosamente adattato da Gabriellino d’Annunzio e Georg Jacoby che contribuì a mandare in bancarotta l’industria cinematografica italiana, più una nuovissima digitalizzazione di Dvorec i krepost’ [Il palazzo e la fortezza] di Aleksandr Ivanovskij, raro esempio di colorazione nel cinema sovietico, e infine un riflettore acceso sul talento delle cineaste Nell Shipman e Lydia Hayward. Come sempre i lungometraggi saranno integrati da bizzarri e splendidi cortometraggi fiction e non fiction e da cinegiornali dedicati ad alcuni dei maggiori eventi e ai più importanti personaggi politici e culturali di quell’anno. E, naturalmente, nessuna sezione Cento anni fa sarebbe completa senza un altro avvincente serial in più parti. A cura di Oliver Hanley

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09/05/2024

Un anno favoloso! Mentre Pathé e Urban producevano un numero straordinario di documentari lunghi e ben strutturati, religiosi pronti a cimentarsi senza preconcetti nelle nuove tecnologie filmavano l’Egitto, la Turchia e la Palestina. I primi film industriali mostrano immagini spettacolari della Westinghouse Company di Pittsburgh negli Stati Uniti e delle miniere di carbone di Shirebrook in Inghilterra; altrove, sul grande schermo, l’umorismo grezzo e il frivolo erotismo ci ricordano che nel 1904 il cinema era parte integrante della cultura popolare. Le ultime notizie! Fatti di cronaca come teatri distrutti da incendi, attentati dinamitardi e la guerra russo-giapponese venivano ricreati in forma di attualità ricostruite. Allo stesso tempo, il cinema permetteva agli spettatori di tutto il mondo di ammirare le avvincenti esibizioni delle star del palcoscenico parigino o berlinese come Mistinguett, Henry Bender e Les Omers. Il ‘regista dell’anno’ è Gaston Velle, ex illusionista trasformatosi in un regista cinematografico estremamente sofisticato. A cura di Mariann Lewinsky e Karl Wratschko

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09/05/2024

Quest’anno presentiamo una guida essenziale agli sviluppi e agli impieghi del colore nel cinema a passo ridotto. Il viaggio inizia con copie d’epoca 16mm colorate negli anni Venti e prosegue con i film amatoriali degli anni Trenta. Grazie ai sistemi per la realizzazione di film a colori attraverso il procedimento lenticolare, come Kodacolor, e alle pellicole monopack multistrato, come Kodachrome, l’utilizzo del colore divenne incredibilmente più comune nel cinema in piccolo formato che nei film commerciali in 35mm. Dopo la Seconda guerra mondiale la pellicola a colori fu molto usata anche nei film promozionali e industriali. Negli anni Settanta il cinema a colori era ormai all’ordine del giorno e non catturava più come prima l’attenzione degli spettatori. Questo forse spiega perché un numero sempre crescente di artisti innovativi come Bill Brand, Arthur e Corinne Cantrill e Christian Lebrant abbia iniziato a sperimentare con le possibilità del colore per dargli nuova visibilità. A cura di Karl Wratschko in collaborazione con Cinémathèque16, INEDITS & Lichtspiel/Kinemathek Bern

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09/05/2024

Maestro ingiustamente ignorato, con una carriera internazionale lunga sessant’anni, Anatole Litvak ha realizzato alcuni dei film più appassionanti e innovativi della storia del cinema: una produzione oggi poco vista e analizzata, con l’eccezione di qualche titolo. Originario di Kiev, regista di capolavori come L’Équipage (1935) e La città del peccato (City for Conquest, 1940), lavorò in Germania, Francia e Regno Unito per approdare infine a Hollywood. Questa prima panoramica della sua brillante carriera include film provenienti da tutti questi paesi di produzione. Opere pronte per essere riscoperte, con i loro eleganti movimenti di macchina, i piani sequenza, il montaggio ironico e lo splendido uso delle scenografie. I film di Litvak si immergono in un mondo notturno di uomini e donne imperfetti e instabili, la cui crisi d’identità riflette per il regista la crisi del mondo tra la Rivoluzione russa e la Seconda guerra mondiale: un’epoca di risveglio e di drammatici sconvolgimenti politici che Litvak visse in prima persona. A cura di Ehsan Khoshbakht

Nie Wieder Liebe (Mai più l’amore / No More Love, 1931) • Cœur de lilas (Lilac, 1932) • L’Équipage (L’equipaggio, 1935) •  Tovarich (1937) • The Amazing Dr. Clitterhouse (Il sapore del delitto, 1938) • City for Conquest (La città del peccato, 1940) • Blues in the Night (1941) • The Long Night (La disperata notte, 1947) • The Snake Pit (La fossa dei serpenti, 1948) •  Sorry, Wrong Number (Il terrore corre sul filo, 1948) • Decision Before Dawn (I dannati, 1951) • The Deep Blue Sea (Profondo come il mare, 1955) • Anastasia (1956)

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09/05/2024

Autore di successi internazionali, centrale in alcuni momenti decisivi del nostro cinema (il neorealismo, la commedia all’italiana), amato da registi di tutto il mondo (spesso insospettabili, come Wes Anderson), Pietro Germi si presentava però come burbero, appartato, sospetto per la cultura di sinistra, politicamente scorretto nella sua visione dei rapporti tra i sessi. Solo qualche decennio dopo la sua morte l’opera di Germi ha ottenuto il giusto posto tra i grandi del cinema italiano. La sua visione pessimista dei rapporti umani si incarna in una rilettura dei generi, dei quali ha fornito versioni originalissime: dal western (In nome della legge, il primo film mai realizzato sulla mafia) al melodramma (Il ferroviere), dal noir (La città si difende) al giallo d’inchiesta (Un maledetto imbroglio) e a una personale versione della commedia nera, di critica sociale diretta e violenta (Divorzio all’italiana, Sedotta e abbandonata). Rispetto ai registi della sua generazione, pur non volendo mettersi in mostra come autore e rimanendo fedele a una vocazione popolare, Germi è tra quelli che più hanno puntato, oltre la perfezione dei copioni, sulla forza della messa in scena, sulla potenza nella costruzione dell’inquadratura, della scena, del ritmo. A cura di Emiliano Morreale

Gioventù perduta (Lost Youth, 1948) • In nome della legge (In the Name of the Law, 1949) • Il cammino della speranza (Path of Hope, 1950) • La città si difende (Four Ways Out, 1951) • Guerra 1915-18 (Ep. di Amori di mezzo secolo / Mid Century Loves, 1954) • Il ferroviere (The Railroad Man, 1955) • Un maledetto imbroglio (The Facts of Murder, 1959) • Divorzio all’italiana (Divorce Italian Style, 1961) • Sedotta e abbandonata (Seduced and Abandoned, 1964) • L’immorale (The Climax, 1967)

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09/05/2024

Nell’ultimo secolo Marlene Dietrich è stata a tal punto celebrata, discussa, fotografata e, ovviamente, mostrata su pellicola che per molti spettatori europei e nordamericani il suo nome di battesimo è già sufficiente a presentarla. La sua carriera e la sua vita, indagate da ogni possibile angolazione, appaiono percorse da un filo conduttore: Marlene Dietrich non esitò a gettare scompiglio nel cinema e nella società, ora sfidandone le norme, ora imponendo sullo schermo una presenza sensazionale che disgrega le narrazioni classiche per far convergere tutti gli sguardi su di lei e sulla sua forza scenica. Proprio le tante sfide che Marlene ha lanciato al suo pubblico hanno fatto sì che ancora oggi diverse comunità la percepiscano come un esempio da seguire: Marlene è stata provocatoria come madre in carriera, come star bisessuale che praticava il cross-dressing, come icona della moda e dello stile che ha saputo creare la propria immagine, come attrice politicamente impegnata e nettamente schierata a favore della libertà, della tolleranza e della democrazia. Attraverso una selezione di grandi film, questa retrospettiva si sofferma quindi su Marlene come forza dirompente della storia del cinema. A cura di Deutsche Kinemathek

Café Elektric (1927) di Gustav Ucicky • Die Frau, nach der man sich sehnt (Enigma / The Woman One Longs for, 1929) di Curtis Bernhardt • Der Blaue Engel (L’angelo azzurro / The Blue Angel, 1930) di Josef von Sternberg • Morocco (Marocco, 1930) di Josef von Sternberg •  Shanghai Express (1932) di Josef von Sternberg • Blonde Venus (Venere bionda, 1932) di Josef von Sternberg • Marlene Dietrich Home Movies (1932-1942) • Destry Rides Again (Partita d’azzardo, 1939) di George Marshall • A Foreign Affair (Scandalo internazionale, 1948) di Billy Wilder • Witness for the Prosecution (Testimone d’accusa, 1957) di Billy Wilder • Touch of Evil (L’infernale Quinlan, 1958) di Orson Welles

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