Lezioni di Cinema: Jean Douchet e il cinema secondo Jean Renoir

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“Jean Renoir era un uomo immenso. È difficile parlarne perché, guardando il suo lavoro, ci accorgiamo che ha fatto cose semplici che in realtà sono di grande complessità. Io posso solo esprimere il mio punto di vista su questa complessità”. È con questa dichiarazione d’amore che si apre l’incontro con Jean Douchet dedicato a Jean Renoir, nell’ambito delle Lezioni di Cinema organizzate dal Cinema Ritrovato. 

Il grande critico francese, che è stato una delle firme storiche dei Cahiers du Cinema, amico di Rohmer, Godard, Chabrol, Truffaut, cerca subito di spronare il pubblico a scoprire la genialità del grande regista francese. “La regia di Renoir sembra invisibile ma se riuscite a coglierla è meraviglioso. Sta a voi”. Per aiutare lo spettatore ad acquisire questa consapevolezza, Douchet ha proposto un viaggio critico e affettivo attraverso la filmografia di Renoir, soffermandosi sui grandi temi che hanno caratterizzato la sua opera.

“Non è solo il figlio biologico del pittore Auguste Renoir, ma il continuatore della sua opera. Ed io penso che il figlio abbia superato il padre, conservando il concetto di impressionismo ma sviluppandolo, andando oltre il semplice realismo”. Partendo dal suo legame con l’esperienza paterna, Douchet ripercorre le tappe fondamentali della vita del regista di La regola del gioco (1939): la Prima Guerra Mondiale combattuta nell’aviazione, esperienza che gli sarà d’ispirazione per la La grande illusione (1937), l’amore per l’attrice Catherine Hessling, che diventerà la sua musa e la protagonista, tra gli altri, del suo Nanà (1926), dal romanzo di Émile Zola.

“Renoir, al contrario di registi come René Clair e Charlie Chaplin, aspettava con impazienza il sonoro. Lo si capisce subito, già dai suoi film muti. Il sonoro, infatti, gli consente di ripensare la teatralità al cinema. Non facendo un cinema teatrale ma costringendo il cinema a teatralizzarsi, che è tutta un’altra cosa”. La via inseguita da Renoir è quella del realismo, e in questo Toni, girato nel 1934 (aiuto regista un giovane Luchino Visconti), “è un film fondamentale, da considerarsi come uno degli ispiratori del neorealismo italiano. Renoir stimava molto Rossellini, che lo ricambiava, meno De Sica e Fellini.”  

Seguendo la strada segnata dal padre con la pittura “Renoir filma l’impressione. Tutto sembra andare autonomamente seguendo la continuità dell’esistenza, dove una cosa viene dopo l’altra. Gli eventi si susseguono normalmente, non c’è uno scopo, un obiettivo da raggiungere”

Un cinema inteso come finestra attraverso cui gettare uno sguardo sul mondo. “Se con Hitchcock noi siamo fuori e guardiamo dentro la finestra di qualcuno, come dei voyeur, con Renoir invece succede esattamente il contrario. Siamo noi che guardiamo il mondo fuori, con un movimento dello sguardo dall’interno verso l’esterno.”

La macchina da presa diventa così uno strumento capace “di rappresentare la vita così com’era nel suo svolgersi. Renoir fa questo: accetta la vita e la filma, senza esibizionismo, mentre pulsa. Sembra quasi di sentirla”.

Gianluca de Santis, Corso di Alta Formazione redattore multimediale e crossmediale della Cineteca di Bologna