25/06/2018

Marina Vlady: una vita come un film

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La vita di Marina Vlady è come un film, uno dei tanti da lei interpretati.
Un personaggio forte, agguerrito, battagliero e bellissimo. Proprio com’è lei, ancora adesso, dopo 70 anni di carriera cinematografica (e non solo). 
Arriva in Cineteca, a Bologna, per un incontro col pubblico durante il “Festival del Cinema Ritrovato” e gli applausi, per lei, sono tanti. Un dialogo aperto, confidenziale, ironico e a tratti provocatorio quello che ha intessuto col direttore della Cineteca Gian Luca Farinelli.

E, proprio come un film, i ricordi di Marina Vlady si aprono con il racconto dei genitori, Vladimir de Poliakoff e di Militza Envald, russi e rifugiati in Francia a causa della rivoluzione. Una famiglia di artisti, la sua. Il padre, infatti, era un cantante d’opera, la madre, invece, una ballerina.
“Sono nata sulla scena”, ha detto ricordando la sua infanzia.
E, con candore e naturalezza, ha parlato della sua amicizia con Orson Welles: “A tredici anni mi scelse per un film che poi non si è fatto. Era la storia di una ragazza di tredici anni che vuole diventare famosa e ci riesce”. 
Orson Welles l’ha poi diretta nel film Falstaff e la Vlady ha ricordato che, “quando stava morendo Orson mi ha detto che era il suo film preferito”. Un piccolo ruolo, quello per l’attrice, e per il quale Orson Welles la volle fortemente. “Avevo appena partorito, avevo un bambino di 3 mesi, non potevo recitare nel suo film. Glielo dissi e lui mi scrisse un telegramma: ‘Finisci di allattare, dimagrisci, e io ti aspetto’”.
Ecco, poi, il ricordo su Anna Magnani, “era una donna che amava la vita e l’amore” e il suo sentimento, platonico, per Marlon Brando. “L’ho incontrato a Roma, è un rimasto un gioco tra noi”. E quando Farinelli le chiede come mai, risponde “È la vita”, come se fosse normale non cedere al fascino di una stella del cinema come Marlon Brando.
E poi eccolo, Marcello Mastroianni, e il loro primo film nel ‘52, Penne nere. “Abbiamo vissuto 4 mesi in Friuli, io avevo 14 anni e lui 27”.
Due anni dopo eccoli sul set del film di Giuseppe De Santis, Giorni d’amore. E poi l’incontro con Marco Ferreri: “Avevo visto i suoi film in Spagna, mentre in Italia non lo conosceva nessuno. Quando mi ha chiamato per Una storia moderna – L’Ape Regina sapevo che avrei lavorato con un genio.”
E se Marco Ferreri, “Amava mangiare, come me”, “Tognazzi era adorabile”.
Si passa, poi, dall’Italia all’America. La Vlady racconta del suo colloquio alla William Morris Agency. Arriva a New York e si trova davanti ad una lunga tavolata. Nessun sorriso né “Welcome mrs Vlady”.
“Può sorridere, per favore? Mi chiede una signora. Io sorrido e lei dice ai suoi colleghi ‘Questi denti bisogna rifarli’. Ah ah, rispondo. Arrivederci e me ne vado.” Ancora una volta una donna che non scende a compromessi, neanche se è l’America a chiamare. “Perché il cinema è un lavoro di squadra, un’arte fatta da tante persone.”
Poi arriva il racconto del suo incontro con Godard. “È una lunga storia. Un giorno mi sento toccare le spalle da qualcuno. Era un giovane ragazzo con gli occhiali, molto timido. Mi propone un film, mi racconta la storia, e io decido di lavorare con lui. Poi sparisce e quel film lo realizza con Anna Karina. Ritorna, anni dopo, e mi propone di lavorare ancora una volta con lui. E parliamo, parliamo, soprattutto di politica. Diventiamo amici e un giorno, accompagnandomi all’aeroporto, mi chiede di sposarlo. Io stavo andando da una persona che amavo, all’epoca, e glielo dissi. ‘Non mi importa’, rispose. Tornai e mi chiese subito ‘Hai deciso?’. Gli dissi che non potevo sposarlo, gli volevo bene come un amico, ma non lo amavo. Da quel giorno non mi ha più parlato. Abbiamo girato insieme “Due o tre cose che so di lei” e mi ha parlato solo tramite un auricolare.

Poi parla della sua vita a Mosca e dei suoi dodici anni di amore con Vladimir Vysotsky e del Manifesto firmato, nel 1971,  chiamato Manifesto delle 343, una dichiarazione firmata da 343 donne che ammettevano di aver avuto un aborto, esponendo se stesse alle relative conseguenze penali. La vita della Vlady si fa sempre più politicizzata: il film con Fernando Solanas, Tangos – L’esilio di Gardel e il nuovo incontro con Mastroianni per Splendor di Ettore Scola e soprattutto con Massimo Troisi, “era un angelo, adorabile, talentuoso, bello, un genio, un grande poeta”. La Vlady ci offre, inoltre, un racconto inedito di Alberto Sordi, col quale ha lavorato ne Il malato immaginario
“Mi avevano detto che lavorare con lui era difficile, che voleva sempre essere in tutte le scene, invece diventammo amici e andavamo sempre a cena insieme. Un giorno mi portò a casa sua, c’era anche la madre, e recitò per me e per lei uno spettacolo nel suo teatro privato. Aveva una ricchezza di espressioni incredibile, mi faceva piangere e ridere.”
La Vlady, adesso, lavora a teatro e scrive libri di successo. Rimane una star del cinema, una donna bellissima che ha attraversato il cinema Europeo degli ultimi 70 anni con naturalezza e talento.

Marina Vlady sarà presente al cinema Jolly, lunedì 25 giugno alle  18.15, per introdurre La ragazza in vetrina di Luciano Emmer.

Fabio Astone

Foto di Margherita Caprilli