29/06/2019

100 di questi Fellini: un percorso trasversale nella poetica felliniana

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Il 20 gennaio 2020 ricorrerà il centenario della nascita di Federico Fellini e Il Cinema Ritrovato, anticipando i tempi, all’interno della sua XXXIII edizione ha voluto dedicargli un intero percorso di film e incontri, intitolato “100 di questi Fellini”. Il percorso si incrocia con il “Progetto Gideon Bachmann”, inaugurato quest’anno grazie alla collaborazione con Cinemazero, il quale avrà il compito di portare alla luce le interviste, le foto e i documentari del giornalista di cinema. Grazie a Bachmann, infatti, si ha moltissimo materiale relativo a Fellini e al suo modo di operare sul set.

Celebrare in poco tempo la grandezza di Fellini e cercare di realizzare una sintesi di tutti i suoi lavori è davvero un’impresa titanica, eppure il Cinema Ritrovato è riuscito a consegnare al pubblico un ritratto del maestro inedito e familiare al tempo stesso. Il ben costruito percorso si sofferma, in particolare, su due elementi estremamente importanti nella filmografia felliniana: il concetto di documentario, la memoria e il rapporto con il mondo circense.

I due “falsi documentari” presentati al Festival, Block-notes di un regista (1969) e I clowns (1970), sono fondamentali per comprendere la descrizione atipica che Fellini fa del documentario: “Un documentario è reale se ci dice falsità”. La bugia diviene una chiave essenziale della verità, dunque solo la finzione può consentire al documentario di cogliere appieno la ricchezza del reale. La concezione del reale, infatti, in Fellini è fortemente legata alla soggettività: difficilmente chi tratta una argomento in un film riesce a non essere autobiografico e personale, di fatto il distacco e l’obiettività sono comunque marche di una personale posizione.

I clowns doveva essere un documentario sui pagliacci, voluto dalla Rai, ma la preparazione necessaria per la realizzazione prese il sopravvento e, così, gli incontri, le interviste, le chiacchierate e i viaggi in giro per l’Italia e a Parigi diventarono l’opera stessa. Come già visto in Block-notes di un regista, Fellini è affascinato dalla simulazione del “dietro le quinte” e dalla messa in scena di spontanee riprese documentarie: attraverso questa finzione e una narrazione discontinua, fatta di frammenti, egli si sente più libero di esprimere le sue verità.

Nel film il tema della finzione si mescola perfettamente al tema del circo, spettacolo sempre amato dal regista, per via dello stretto legame che aveva con la comicità cinematografica (come ci insegnano Buster Keaton e Charlie Chaplin), e che era divenuto grande fonte di ispirazione per la sua attività creativa. Il lavoro della troupe per Fellini è facilmente accostabile a quello dei circensi: entrambi spendono le loro energie per creare una loro personale verità e per trasmettere emozioni al pubblico che guarderà i loro prodotti finiti. Molto simbolica la scena in cui l’intera troupe, di almeno 8/9 persone, scende da una sola auto: essa sembra voler riecheggiare la famosa gag, in cui numerosi pagliacci escono, uno dietro l’altro, da un piccolo maggiolino, come se contenesse un’infinità di posti al suo interno. L’evocazione di questa determinata azione crea, inevitabilmente, un accostamento di ruoli, in cui i membri della troupe diventano clown pronti a mettere in scena uno spettacolo.

“Fellini ha sempre cercato di avere libertà nel cedere all’interno del suo immaginario e quindi, paradossalmente, Roma che dovrebbe essere un film senza protagonisti, ha una grande protagonista che è la città” così Gianni Amelio ha introdotto la proiezione di Roma in Piazza Maggiore, calcando sulle intenzioni artistiche di Fellini. Infatti, egli negli ultimi anni della sua carriera si era sempre più orientato verso un cinema libero, conciso, non narrativo, grazie al quale, come abbiamo detto, poteva sentirsi libero di seguire il flusso dei propri pensieri.

Il film è uno spaccato frammentato di Roma, che la rappresenta partendo da accenni sulle sue origini (il mito della lupa, il Rubicone etc) sino ad arrivare alla descrizione di momenti conviviali, volgari e intensi del popolo romano. Anche qui, come nei film suddetti, è presente la forte commistione di cinema-vérité e cinema di messinscena, forte al punto tale da non rendere chiaro quale sia l’uno e quale l’altro.

Rivedere questi tre film di Fellini in una nuova luce, i documentari inediti di Bachmann sul suo lavoro sul set e gli aneddoti raccontati dal suo caro amico Vincenzo Mollica ci dimostrano che per conoscere Fellini e il suo genio c’è ancora molto da fare.

Approfondimento di Cinzia Baldi

Nell’ambito del corso di Alta Formazione per redattore multimediale e crossmediale, nel progetto di formazione della Cineteca di Bologna.