Bruce Weber: “qui si respira una consapevolezza per la storia del cinema che negli Stati Uniti non conosciamo”

Ieri mattina all’Hotel Baglioni si è tenuto un incontro stampa con il super ospite di questa edizione del Cinema Ritrovato: il fotografo e documentarista Bruce Weber.

Per la trentunesima edizione del festival Weber ha presentato al Cinema Ritrovato Nice girls don’t stay for Breakfast – eccezionale documentario sulla vita di Robert Mitchum, l’attore preferito del regista. Mitchum è sempre stato anche il divo più amato dal jazzista Chet Baker, protagonista del secondo documentario di Weber Let’s Get Lost, che verrà proiettato domenica in Piazza Maggiore come grande evento di chiusura del festival.

Nice girls don’t stay for Breakfast e Let’s get Lost sono due progetti intimamente connessi: “Il film su Chet ha rappresentato il mio tirocinio ad Harvard, il mio addestramento nei marines: mi ha permesso di sentirmi pronto a fare un film sul primo ragazzaccio di Hollywood, il mio amico Robert Mitchum.”

Let’s get Lost è un documentario di diversi anni fa, girato da un giovanissimo Weber mosso da un’irrefrenabile passione per il jazz di Baker. Un lavoro visto molto poco, un’opera di quasi trent’anni, attesissima e desideratissima dagli appassionati del genere e non solo. Alla domanda di come si sentirà a vedere proiettato sul grande schermo di Piazza Maggiore uno dei suoi primi lavori, Weber ha risposto: “Affronto ogni film come se fosse il mio primo. Ho iniziato ad amare e ascoltare la musica di Chet Baker quando ero al college: avevo con me il vinile di Let’s get lost e mia moglie, che è anche la produttrice del film, aveva lo stesso vinile. Dunque un progetto che rappresenta una grande comunanza di affetti.”

Weber ha inoltre condiviso un aneddoto irresistibile su Let’s Get Lost, a commento della grande naturalezza e spontaneità di Baker davanti alla macchina da presa: “La prima cosa che abbiamo girato è stata la performance della canzone Blame it on Youth, eravamo in un hotel di Santa Monica. Finita la performance, Chet ha iniziato a raccontare di un lungo viaggio che aveva fatto con il padre dall’Oklahoma a Santa Monica. Ci siamo subito resi conto che la prima registrazione non andava bene: il suono non era pulito, c’era del brusìo. Abbiamo chiesto a Chet di fermarsi: non potevamo continuare, dovevamo rifare la scena. Lui mi ha risposto così: ‘Non posso fare la stessa cosa due volte, sono un jazzista.’”

L’incontro di ieri mattina è stato un viaggio intimo e sentito intorno all’universo visivo di Weber, nonché un’appassionante riflessione sul legame indissolubile tra fotografia e cinema.

“È bellissimo essere qui al Cinema Ritrovato perché si respira una forte consapevolezza per l’importanza dell’eredità cinematografica ed è qualcosa che negli Stati Uniti manca. Per esempio mi chiedono qual è il mio film preferito, ed io rispondo Rocco e Suoi Fratelli di Visconti. Spesso in America non conoscono il nome di Luchino Visconti. Qualche tempo fa ho incontrato Isabella Rossellini, che so essere una cara amica della Cineteca: ci siamo messi a parlare di cinema e siamo naturalmente finiti a parlare di fotografia. Quando ho fatto il mio primo documentario ho iniziato proprio facendo una sessione fotografica, anche nel documentario su Robert Mitchum ho utilizzato molto anche il mezzo fotografico.”

A salutare il regista era in sala anche il direttore Gian Luca Farinelli, che ha reso omaggio alla grande arte di Weber con queste parole: “Quando l’altro giorno Bruce è arrivato qui al Cinema Ritrovato, lo abbiamo visto in Piazzetta Pasolini con la sua mitica macchina fotografica, ed era veramente come guardare una troupe a lavoro. Secondo me è molto chiaro che quando lui fotografa fa del cinema e come abbiamo dimostrato il cinema nasce dalla fotografia, nasce dai Lumière e secondo me quando Bruce fa cinema attinge direttamente alle origini di quest’arte.”

Dichiarando di non essere sempre bravo a parlare della propria arte Weber ha estratto dalla tasca una fotocopia e ha letto un passaggio di un suo libro scritto diversi anni fa. Un libro che l’artista ha “ritrovato” proprio in questi giorni nella biblioteca della Cineteca:

“Questo è un testo che ho scritto molto tempo fa e ci tengo a leggervelo: ‘Alle volte mi trovo nella mia casetta sugli alberi e comincio a pensare a tutte le persone che ho fotografato e a che cosa gli starà capitando. Mi chiedo se il marine è tornato dalla guerra, se quell’uomo è poi uscito di prigione o se il ragazzo che era il capitano della squadra di football è riuscito a far vincere il campionato alla sua squadra. Diane Arbus tempo fa mi ha detto che quando fotografi qualcuno, questa persona sarà per sempre vicino a te. Ma è anche fragile.”

In chiusura Weber ha ringraziato la Cineteca con un commento fortemente apprezzato, in questi giorni di chiusura del festival:

“Grazie di cuore per quello che fate, per donarci una grande quantità di suggestioni visive e di emozioni e per farci osservare non solo il passato ma soprattutto per farci vivere nel futuro.”

Laura Di Nicolantonio, Corso di Alta Formazione redattore multimediale e crossmediale della Cineteca di Bologna.
Foto di Margherita Caprilli.

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