Cento anni fa. Il glorioso 1913

“E cosi siamo arrivati al 1913, anno decisivo...” (Cecil B. DeMille).
Fin dal 2003 l’avventura della serie Cento anni fa è consistita nello scoprire, attraverso i film, un cinema sconosciuto. Ma il 1913, ultimo anno di pace prima della Grande guerra, e tutto fuorché sconosciuto. La retrospettiva dedicata a quell’anno dalle Giornate di Pordenone del 1993 ha lasciato un segno, e ha prodotto una quantità di scritti e ricerche. Qui a Bologna, molte opere maggiori, molti cineasti e temi del 1913 sono stati presentati nelle passate edizioni del festival: le dive tedesche e italiane, le serie comiche, Albert Capellani, Alfred Machin, Leonce Perret, Eleuterio Rodolfi... C’era davvero bisogno di un Cento anni fa 1913? Quest’anno, più che mai, ho guardato al mio lavoro di curatore come a un esperimento dagli esiti aperti. Lo scopo era, come sempre, quello di offrire attraverso i programmi (selezione dei film e loro combinazione) un’interpretazione della produzione di quello specifico anno, e di esporre alcuni dei suoi aspetti caratteristici – perché i programmi sono come le bacheche di una mostra. La ricostruzione di un programma cinematografico dell’ottobre 1913 (stessa struttura, film diversi) si e dimostrata il mezzo ideale per proporre un’idea d’insieme della produzione 1913, e per metterne a fuoco una questione cruciale, quella dell’enorme varietà nelle lunghezze standard dei film. Avere seguito (liberamente) questo modello d’epoca ha permesso di inserire nei programmi numerosi film brevi, che testimoniano i vertici di perfezione narrativa e visiva raggiunti dagli one-reel del 1913. Tale perfezione e, a mio avviso, non meno importante per la storia del cinema del fatto che in quello stesso anno sempre più lungometraggi venissero prodotti (spesso lottando contro problemi strutturali) e riscuotessero un formidabile successo internazionale.
Quo Vadis?
, ‘il film’ dell’anno 1913, ne è certo un buon esempio. Un programma è dedicato all'antichità nel cinema, mentre altri temi-chiave – come il divismo o l’incombere della guerra – sono distribuiti lungo l’intera sezione. Tuttavia, ad alcuni singoli film viene riconosciuto, quest’anno, uno statuto più rappresentativo rispetto alle passate edizioni. Un solo western di 15 minuti deve parlare a nome dell’intero, enorme genere, e il breve Kasperl-Lotte per tutti i film – ed è sorprendente quanti ce ne siano stati, nel 1913 – sui bambini perduti, orfani o rapiti (citiamo, tra gli assenti, almeno L’Enfant de Paris Sans famille). Il posto d’onore tocca alla produzione italiana. Un’ attenzione particolare è riservata alla Germania. La Francia e invece quest’anno sottorappresentata, poiché film importanti sono stati presentati in edizioni recenti (i film di Victorin Jasset, Germinal e La Glu di Capellani), o sono attualmente in corso di restauro (Maudite soit la guerre e Fantômas)... A Bologna, il prossimo anno!
Questo Cento anni fa risulterà, agli occhi dei frequentatori del festival, altrettanto significativo e necessario di quelli che l’hanno preceduto? Quel che posso dire e che, grazie alle cose viste e alle ricerche intraprese per preparare la sezione, alcune scoperte significative sono state fatte, e un considerevole numero di film è stato restaurato. Questo è già tanto. Ne valeva la pena.
La mia gratitudine va ai colleghi e ai collaboratori di tutti gli archivi coinvolti nell’impresa.

(Mariann Lewinsky)

 

Nel 1913 il settore produttivo e in piena espansione: da un lato le grandi case cinematografiche aumentano gli investimenti, dall’altro nascono piccole e medie società che dimostrano un dinamismo insospettabile. Tra queste si distinguono la romana Celio, costituita nel 1912 e direttamente collegata alla Cines e la Film Artistica Gloria che, nelle pagine promozionali pubblicate nel febbraio del 1913, all’indomani della costituzione, esplicita le proprie prerogative aziendali: “La Gloria produrrà esclusivamente films artistiche di lungometraggio”. Una dichiarazione che può essere assunta come manifesto di tutta la migliore produzione italiana dell’anno. In effetti i film di cartello del 1913 si distinguono per l’ipertrofia metrica e le ambizioni artistiche, ma anche per la grandiosità degli allestimenti e il conseguente aumento dei capitali impegnati: lo sforzo finanziario e, nella maggioranza dei casi, ampiamente ripagato. I colossal storico-mitologici come Quo Vadis? e Marcantonio e Cleopatra (Cines), Gli ultimi giorni di Pompei (Ambrosio), Nerone e Agrippina (Gloria), Spartaco (Pasquali) invadono i mercati del mondo: i film d’ambientazione greca e romana, oltre a garantire sensazionali introiti, diventano un modello a livello internazionale e fissano i tratti di un genere che farà la fortuna del cinema nazionale anche negli anni a seguire.
Non è, per il cinema italiano, l’unico exploit: negli stessi mesi in cui spopolano sugli schermi consoli romani, matrone pompeiane e gladiatori traci esce nelle sale Ma l’amor mio non muore, convenzionalmente considerato come il primo diva-film italiano. Prescindendo dalle discutibili etichette di primogenitura, è innegabile che nel film di Caserini sono riconoscibili gli stilemi stilistici, formali e culturali che contrassegneranno la stagione aurea del divismo femminile italiano, le cui protagoniste, da Lyda Borelli a Francesca Bertini, da Pina Menichelli a Maria Jacobini, da Leda Gys ad Hesperia, già nel 1913 si stanno affermando come stelle di prima grandezza.
Se il lungometraggio identifica la produzione di pregio, non di meno i brevi film delle comiche in serie si confermano un punto di forza del cinema italiano: gli attori più acclamati dal pubblico continuano a essere Andre Deed, Ferdinand Guillaume, Marcel Fabre. Quest’ultimo, in qualità di regista e di interprete principale, realizza per l’Ambrosio Le straordinarissime avventure di Saturnino Farandola, uno dei migliori esempi della filmografia di genere fantastico prodotta in Italia all’epoca del muto. Alla stregua del film di Fabre, un altro unicum nel panorama cinematografico del 1913 è Excelsior, riduzione per lo schermo del celebre ballo allegorico del 1881. Nonostante il favore del selezionato pubblico presente alle prime proiezioni e l’accoglienza entusiastica della critica che ne loda le soluzioni linguistiche innovative, lo sfarzo della messa in scena e il perfetto sincronismo tra le immagini su schermo e la musica eseguita in sala, il film si rivela un clamoroso fiasco commerciale, a conferma che, per il cinema, i retaggi ottocenteschi sono ormai superati e che, paradossalmente, il futuro è Roma antica.

(Giovanni Lasi)

 

Programma a cura di Mariann Lewinsky