Lezioni di cinema: Thierry Frémaux, “L’avenir du cinéma est la salle”

Il direttore del festival di Cannes e dell’Istituto Lumière di Lione, Thierry Frémaux, in un dialogo assieme a Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, ha espresso ancora una volta, durante la Lezione di Cinema Le cinéma et ses écrans tenutasi il 27 giugno all’interno del Festival del Cinema Ritrovato, la sua opinione riguardo la moltiplicazione degli schermi secondari alla sala e le priorità di distribuzione: “Il cinema è prima di tutto qualcosa che va visto al cinema”.

Frémaux inaugura sottolineando che tale incontro non vuole essere una lezione frontale, unilaterale, senza confronto, ma uno spazio di riflessione in cui ognuno in sala possa esprimersi liberamente sull’attualissimo tema della moltiplicazione delle forme e dei modi di fruire l’esperienza cinematografica nell’odierna “era digitale”, soprattutto in relazione alle abitudini del grande pubblico che oggi sembra avere più scelta, ma meno tempo rispetto agli albori della storia del cinematografo.

Negli ultimi decenni il ritorno del cinema classico o de patrimoine, così come viene talvolta definito oltralpe, nelle sale cinematografiche, nei festival e nei circuiti commerciali è stato sicuramente un fenomeno in crescita: la valorizzazione del patrimonio cinematografico è a tutti gli effetti il nuovo must delle istituzioni quali gli archivi audiovisivi e le cineteche, ma lo sta a poco a poco diventando anche per le case di produzione e di distribuzione. Conservare, catalogare, preservare, ma oggi più che mai promuovere e diffondere. Frémaux indica l’esempio della recente operazione di restauro, elaborazione e distribuzione di una selezione delle migliori opere dei fratelli Lumière che ha dato vita al film Lumière! La scoperta del cinema, sul quale lui stesso mette la firma nelle vesti di regista, e la cui diffusione è giunta fino al suo più autentico e naturale habitat: la sala cinematografica, d’essai chiaramente. E per chi se lo fosse perso rimane sempre il DVD.

Ironizza così Frémaux: “Il mondo del cinema classico si trasforma grazie all’arrivo del digitale, […] si sarebbe potuta fare un serie televisiva, ma sicuramente non un film di tre ore”. Dalla conversazione sembra emergere una verità: contemporaneamente al cambiare delle tecnologie, cambia il nostro rapporto con le opere: prima c’era solo il cinema, poi la TV, il VHS e così via fino a Internet e al digitale oggi. Cambiano le generazioni, cambia il consumo, oggi più individuale, ed è proprio questo rapporto temporale tra l’epoca in cui l’opera è stata creata ed amata per la prima volta dal grande pubblico ed il presente che andrebbe analizzato e compreso, all’interno di quest’ultimo ci sarebbe quindi la chiave di volta per riportare l’interesse verso il cinema classico e la sala.

Nonostante la moltiplicazione degli schermi e il proliferare di piattaforme streaming enormemente competitive sul mercato, il cinema come luogo di incontro ha un certain avenir (letteralmente un certo futuro, ma meglio traducibile con un proprio futuro), difatti benché la sua morte sia stata numerose volte ingiustamente annunciata, il cinema è sempre sopravvissuto. La dimostrazione? Netflix a Cannes! Infatti il direttore del festival definisce ammirabile l’interesse a partecipare del gigante statunitense del cinema on demand. Tale interesse dimostrerebbe come, nonostante la sostanziale e storica differenza tra USA e Francia nel modo di concepire il cinema, da un lato più come industria e dall’altro più come arte, Netflix voglia in realtà sottoporre i suoi film al giudizio della critica francese ed europea ma, soprattutto, essere presente in sala. Ad ogni modo, è stato a causa delle proteste, da lui definite leggittime, scatenatasi a Cannes intorno alla partecipazione di Netflix che a partire dalla prossima edizione il Festival non accetterà più in concorso film che non abbiano previsto distribuzione nelle sale cinematografiche francesi: a chi l’anno prossimo il gigante statunitense deciderà di dare la proirità in Francia, al proprio pubblico online o a uno degli eventi culturali più seguito dai media del mondo, non è purtroppo dato saperlo.

Aggiunge Frémaux: “C’è qualcosa della nobilitazione del cinema che passa per la sala […] il canale di diffusione sentimentalmente, simbolicamente e tecnologicamente essenziale e ciò nonostante la sala non viene rispettata […] I proiezionisti si sono ritrovati a pulire i gabinetti, ma su questo non si presta sufficiente attenzione”. Dall’altro lato non manca di constatare che Netflix, l’aumento smisurato del numero di film presenti sulla rete e la possibilità di vederli in ogni momento sono realtà che si sono fatte e si stanno facendo sempre più strada: le sale dunque non devono autosuicidarsi, ma anzi anticipare questo mondo e farsi trovare pronte per ritrovare nuovo appeal e nuovo pubblico. La sala cinematografica fonda la differenza tra le filosofie di Edison e dei fratelli Lumière, il primo per il consumo individuale attraverso il piccolo e riservato visore del kinetoscopio e i secondi per il consumo collettivo attraverso la proiezione su uno schermo il più grande possibile. Due spettacoli allo stesso tempo: lo schermo e la società, in continuo dialogo l’uno con l’altro. Ed è proprio per questa importante funzione sociale di aggregazione culturale e riflessione collettiva che il cinema espleta, e forse oggi più che mai in una quotidianità sommersa dalle immagini in movimento, che “le persone hanno ancora bisogno di andare in sala, dappertutto, nel mondo”.

Roberto Pagano, Corso di Alta Formazione redattore multimediale e crossmediale della Cineteca di Bologna.

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Foto di Margherita Caprilli