30/06/2016

‘Letters from Baghdad’: i rigogliosi deserti di Gertrude Bell

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Letters from Baghdad (2016) non è semplicemente la storia di una donna. Le registe Sabine Krayenbühl e Zeva Oelbaum non ci hanno consegnato soltanto un film biografico, ma anche un pregevole esempio di ricostruzione storica. Anzitutto, emerge una grande dimestichezza nel servirsi del canale documentaristico tradizionale, attingendo a un materiale archivistico ampio ma complesso da riordinare. Sullo schermo sono montate immagini inedite di città del Medioriente agli inizi del secolo scorso (Baghdad, Damasco, Il Cairo, Istanbul e Teheran), un affresco di una delle culle della civiltà mondiale, la regione mesopotamica, divenuta, dopo la Grande Guerra, triste scenario di numerosi conflitti bellici e dispute geopolitiche. Le registe coniugano l’obiettività del documentario a stratagemmi di finzione perfettamente integrati e complementari alla narrazione complessiva: basti notare, a titolo esemplificativo, la performance dell’interprete di Lawrence d’Arabia, un volto spocchioso capace di sollevare nel pubblico una sana risata british e smorzare il tono delle parole di Gertrude, spesso segnate dallo sconforto e dalla malinconia (abilmente interpretate dalla voce del premio Oscar Tilda Swinton). Nei diari personali, nelle lettere e nei rapporti segreti della protagonista sono descritti dapprima gli anni giovanili a Oxford, le tragiche relazioni amorose e, infine, le missioni in Medioriente.

letters from baghdadLa carriera diplomatica di Gertrude comincia dopo gli anni della formazione universitaria e un’esperienza di vita in Svizzera (scalò le più alte cime alpine), quando decide di intraprendere il primo viaggio in Medioriente. Nelle sue foto ritrae la vastità dei deserti della regione mesopotamica, fornendo resoconti delle tribù dei tuareg e tessendo una quantità enorme di relazioni e studi antropologici. Tutto ciò contribuirà a fornirle attenzione presso il governo britannico, per il quale comincerà a lavorare a tempo pieno, sia in maniera ufficiale che ufficiosa. La Corona infatti, alla fine della Grande Guerra, continuava a nutrire il proprio sogno coloniale e, tra le intenzioni d’inizio secolo, vi era l’estensione dell’influenza politica sulle odierne aree siriana ed irachena, con lo smantellamento dell’Impero Ottomano e la creazione di un moderno stato iracheno sotto la propria influenza. Gertrude contribuisce alla realizzazione di tale progetto, accettando incarichi ufficiali e segreti, unicamente spinta da una fiducia cieca nella ricchezza del popolo mesopotamico, rimanendo spesso profondamente delusa dagli ostacoli politici e dal progetto coloniale britannico, a volte fin troppo pervasivo. Già allora Gertrude, ad esempio, aveva notato l’enorme importanza dell’oro nero: l’accaparramento delle riserve petrolifere della zona infatti era (e rimane ancora oggi) un importante elemento degli equilibri geopolitici mondiali.

Dalle lettere al padre e dai diari, emerge un leale apprezzamento per quei luoghi prima visitati e poi amati: a conferma di ciò, il film ci porta lungo una vasta carrellata di foto che lei stessa scatta e sviluppa nel tempo libero, nelle quali emerge la passione per la storia di una regione fin troppo trascurata dal mondo occidentale fino a quel momento. I suoi lavori e le sue pressioni sfociano così nella creazione e nella direzione del Museo Archeologico Iracheno.

Le due registe hanno evidenziato l’importanza dell’indole sofferente ma tenace di Gertrude, del suo essere donna in un contesto storico difficile e in luoghi ancora più complessi, ma tuttavia, sempre competente e all’altezza del suo lavoro di diplomatica, archeologa, fotografa, antropologa. Emerge un lato del carattere di Gertrude che, purtroppo, la porterà spesso a periodi di tristezza e solitudine: una delle poche alunne donne di Oxford, soffrirà tremendamente per due tragiche storie d’amore e per la mancanza di compagnia femminile; nei viaggi in Medioriente, lamenterà sempre la mancanza di un’amica o, ancor di più, della propria famiglia e dei luoghi dell’infanzia.

La forza del film si rintraccia nel tratteggio di una figura contraddittoria, costretta a convivere con il proprio dolore interiore ma, nonostante le delusioni, spinta sempre ad andare avanti da una passione storico-antropologica che ne determinerà la propria grandezza. Krayenbühl e Oelbaum ci consegnano la storia di una donna che ha vissuto gran parte della propria vita nei deserti dell’anima e che è stata capace non solo di affrontarli, ma anche di ricavarne testimonianze di bellezza commoventi.

Daniele Barresi, Il Cinema Ritrovato News

Nelle foto, le registe Sabine Krayenbühl e Zeva Oelbaum insieme ad Alina Marrazzi (foto di Daniele Barresi).