15/05/2020

Fuori Cinema | Film in TV (ma da vedere) _ sabato 16 maggio

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Lo strepitoso trio formato da Marilyn Monroe, Lauren Bacall e Betty Garble questa sera è a caccia di un milionario. Più o meno negli stessi anni, Frank Sinatra è batterista e croupier dal braccio d’oro. Ma c’è anche un Giuliano Montaldo (con Nino Manfredi) che si vede davvero poco: Il giocattolo.

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COME SPOSARE UN MILIONARIO (How to Marry a Millionaire, 1953, 95 min) di Jean Negulesco
[Paramount Channel (canale 27), ore 21.10]

Il Cinemascope, eccitante novità con cui il cinema del 1953 tradisce la propria ansia di prestazione, celebra il larger than life, dunque tanto vale, su tutti i fronti, giocare al rialzo: se ci si dovrà sposare, che sia con un milionario. La storia è classica o se vogliamo risaputa, belle donne all’acchiappo di mariti ricchi, e che portentoso trio: Lauren Bacall principessa del noir, una miope Marilyn le cui gambe stese sulla chaise longue giustificano il formato, l’icona dei reduci Betty Grable a capofitto nel burlesco. Mentre lunghissimi cargo scivolano sull’Hudson intersecando i grattacieli di New York città che sale, mentre planiamo su planimetrie urbane viste da una favolosa terrazza di Sutton Place, o su campi innevati del Maine, o su specchi a cinque facce che offrono una frastagliata teoria di Betty e Marilyn, queste attardate golddiggers (così si chiamavano le arrampicatrici negli spregiudicati anni Trenta) partono unite e solidali alla conquista di amore e liquidità. E la questione morale? Un doppio standard. Siamo in una commedia sentimentale, dunque ci verrà detto che il cuore ha ragioni che il denaro non conosce. Ma siamo in una commedia ideologica, e quel che davvero si intende è che solo il denaro è premio adeguato alle ragioni del cuore. Ancora estremamente divertente, è un film americano importante: e Jean Negulesco, che dirige, e Nunnally Johnson, che scrive, sono due maestri.
(P.C.)

Approfondimenti

La storia del film dal catalogo AFI; recensione d’epoca di Bosley Crowther sul “New York Times”; il numero monografico di “La valle dell’Eden” dedicato al mito di Marylin; sulla screwball comedy.

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IL GIOCATTOLO (1979, 118 min) di Giuliano Montaldo
[Rai Storia (canale 54), ore 21.10]

Nell’ultimo scorcio degli anni ’70, vissuto ancora sotto la cappa plumbea della strategia della tensione e del terrorismo rosso e nero, alcune grandi maschere della commedia italiana acquisiscono una fisionomia mostruosa ad oltranza (Il gatto di Comencini-Tognazzi, Un borghese piccolo piccolo di Monicelli-Sordi) o penosamente segnata da una cieca inconsapevolezza della realtà (Caro papà di Risi-Gassman). Se nel 1977 il film di Monicelli mostrava la degenerazione di un travet che si fa giustizia da solo, nel 1979 il soggetto di Sergio Donati, alla base del film di Montaldo, racconta l’irresistibile fascinazione feticistica per le armi da fuoco di un anonimo portavalori che a Milano si è fatto sfruttare per vent’anni come “uomo di paglia” dall’industriale (Arnoldo Foà) suo padrone. Con assoluta naturalezza, l’uomo diventa un assassino. Non senza coraggio, Nino Manfredi accettò di misurarsi con un personaggio rischioso e sgradevole e scrisse la sceneggiatura con Montaldo e Donati per incarnare il pericoloso infantilismo di un uomo medio che trova il proprio appagamento in un gioco di morte. Le ambizioni dell’apologo grottesco sono un po’ indebolite dal tono dimostrativo del film ma il personaggio del “bambino” invecchiato che si appassiona alla pistola e alla violenza-fai-da-te non è soltanto incisivo (anche grazie ad un magistrale Manfredi) ma, oltre quarant’anni dopo, trova numerosi echi di attualità nell’Italia di oggi. Prodotto (in incognito) da Sergio Leone per la Titanus distribuzione, si avvale della fotografia fredda e ricca di penombre di Ennio Guarnieri e della musica di Ennio Morricone. Critica glaciale o perplessa, successo di pubblico.
(R.C.)

Approfondimenti

Critica del film (in francese); Giuliano Montaldo parla del film (2018); intervista al regista sulla sua carriera a cura di Luisa Ceretto.

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PAPILLON (1973, 151 min) di Franklin J. Schaffner
[Rai Movie (canale 24), ore 21.10]

Che dire di questo film? La sua popolarità all’epoca della sua uscita era tale che Franco e Ciccio l’anno successivo ne hanno fatto una parodia, Farfallon, diretta da Riccardo Pazzaglia. Papillon è un inno alla libertà, alla vita e all’amicizia. Steve McQueen è “Papillon”: ha una farfalla tatuata sul petto. Viene deportato sull’Isola del Diavolo, Guyana Francese, per un omicidio che non ha commesso. Sulla nave conosce Louis Dega (Dustin Hoffman), un falsario. Tutto il film è costellato da tentativi di fuga, lavori forzati, celle di isolamento: il corpo e la mente sono messe a dura prova. E l’investimento di McQueen nel film, la sua immedesimazione, è tale che possiamo notare il suo dimagrimento durante la progressione temporale degli avvenimenti.
(Rinaldo Censi da “Cineteca” di novembre 2014)

Approfondimenti

Il film, di cui è stato realizzato anche un remake nel 2017, è tratto dal libro omonimo di Henri Charrière, che qui possiamo ascoltare in un’intervista.

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L’UOMO DAL BRACCIO D’ORO (The Man with the Golden Arm, 1955, 119 min) di Otto Preminger
[Iris (canale 22), ore 0.45]

Il braccio d’oro non è quello del batterista, ma quello del croupier. Che rende certo molto denaro, ma non la libertà, come la musica. Sinatra in uno dei suoi ruoli più belli, tossicodipendente fuori di galera che tenta con la batteria di uscire dal giro del gioco clandestino e dell’eroina. Ci riuscirà attraverso una pratica amaramente nota a tanti jazzisti: quella del “cold turkey”, l’autoreclusione per superare la crisi d’astinenza.
(A.R.)

Approfondimenti

L’eroina ha falcidiato il mondo del jazz. Uno dei casi più famosi è naturalmente quello di Miles Davis, che nella sua autobiografia fa più volta riferimento alla pratica del “cold turkey”.

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EASY RIDER (1969, 95 min) di Dennis Hopper
[Rai Movie (canale 24), ore 3.25]

I dintorni del ’68 tra il carnevale di New Orleans e il West.

Gioventù, droga e rabbia, e capelli al vento, occhialoni, motociclette dai lunghi manubri, le autostrade infinite di un’America che nonostante tutto batteva confusamente nel cuore d’ogni sessantottino europeo, acidi fiumi di musica (da Bob Dylan agli Steppenwolf), Jack Nicholson che sogghigna e straparla.

Fragile e miliare manifesto glamour della controcultura, con debiti evidenti verso le ribellioni giovanili cormaniane, e tuttavia “c’è anche una sottile trama con una morale, che trova la sua perfetta sintesi alla fine del film. E lascia un terribile amaro in bocca” (Rinaldo Censi).
(P.C.)

Approfondimenti

Lo speciale dedicato al film sul sito della distribuzione Cineteca di Bologna.

Selezione titoli, commenti e approfondimenti a cura di Alessandro Cavazza, Roberto Chiesi, Paola Cristalli e Andrea Ravagnan.