30/04/2020

Fuori Cinema | Film in TV (ma da vedere) _ lunedì 4 maggio

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Oggi riscopriamo Robert Mitchum, ripescando un grande film di Robert Wise, Sangue sulla luna, da un’edizione del Cinema Ritrovato di qualche anno fa. E, anche se abbiamo nostalgia del cinema e della pellicola, suggeriamo The Hateful Eight, capolavoro di Quentin Tarantino, girato in 70mm, con tante buone ragioni per essere rivisto anche in tv.

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SANGUE SULLA LUNA (Blood on the Moon, 1948, 100 min) di Robert Wise
[Rai Movie (canale 24), ore 12.55]

Nei primi minuti, Jim Garry rischia di essere travolto da una mandria e suscita la diffidenza di un gruppo di allevatori. Ci vuole un po’ di tempo per capire cosa ci faccia in quella zona del paese e perché venga accolto con ostilità. Pochi film incarnano fino a questo punto l’aspetto del Mitchum vagabondo, man without a star e without a cause. Qui non ha nemmeno un segreto da nascondere, a differenza del personaggio interpretato un anno prima in Notte senza fine, film superiore a Sangue sulla luna ma troppo influenzato dalla psicoanalisi in salsa hollywoodiana per essere rappresentativo del talento di Mitchum (o di Walsh). Anche il film di Wise ha una dominante notturna, e gli incessanti andirivieni del protagonista tra i campi opposti degli agricoltori e degli allevatori, oltre alla riserva indiana, comunicano le sue incertezze e i malintesi che sorgono lungo il percorso: un lavoro da lui accettato senza conoscerne bene i risvolti, per denaro; una causa abbracciata sulla scia di un senso molto elementare del bene e del male; un’amicizia tradita o delusa; un amore imprevedibile. Luke Short è stato un romanziere western sovente utilizzato dal cinema: ben sette film tra il 1947 e 1951, girati da veterani come Sam Wood e Richard Thorpe o da giovani ambiziosi come André De Toth e Robert Wise. Nella fase di transizione in cui una nuova generazione diede voce alle angosce del dopoguerra, Sangue sulla luna (prodotto da una compagnia che vantava una lunga tradizione di western a basso costo) trasse vantaggio dalla rivisitazione di altri generi già frequentati da Wise. La rissa nel saloon immerso nel buio – chiaro riferimento noir – fu all’epoca molto apprezzata dalla critica.
(Bernard Eisenschitz dal catalogo del Cinema Ritrovato 2017)

Approfondimenti

L’omaggio a Robert Mitchum del Cinema Ritrovato.

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IN MEMORIA DI ME (2007, 115 min) di Saverio Costanzo
[Premium Cinema Emotion (canale Sky 316), ore 15.55]

Secondo film di finzione di Costanzo, si ispira ad un romanzo di Furio Monicelli, Lacrime impure (già pubblicato con il titolo Il gesuita perfetto), incentrato su un giovane in crisi che decide di affrontare la prova del noviziato nel monastero di San Giorgio Maggiore, retto dai gesuiti sull’omonima isola di Venezia. Solo gradatamente appare la natura insulare del luogo: la realtà esterna, fisicamente contigua, è allontanata in una prospettiva remota dall’opacità delle vetrate delle grandi finestre. Un’immagine che allude al profondo distacco esistente fra il microcosmo della società dei sacerdoti e il mondo reale. Nel monastero, il dialogo è stato convertito in un consenso che esclude ogni forma di dubbio. Quello che inizialmente sembra un ambiente dove purificarsi, si rivela via via come una dimensione carceraria, dove dietro agli alibi dell’osservanza ai dogmi della fede si celano aridità, rigidità e indifferenza. Il travaglio del giovane viene acuito dalla natura problematica e dialettica rappresentata da due novizi ed è efficacemente tradotto da Costanzo nel movimento ossessivo dello sguardo del giovane che osserva i due coetanei. È significativo il fatto che il regista abbia quasi cancellato gli elementi omosessuali presenti nel romanzo per ridurre l’anomalia del novizio ad un’identità che si macera nel dubbio e si autoaccusa, ma che finisce per accettare l’omologazione di sé.
(R.C.)

Approfondimenti

Reazioni della stampa italiana e internazionale al film; intervista a Saverio Costanzo sul film a cura di Corrado Augias; sul set del film.

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THE HATEFUL EIGHT (2015, 167 min) di Quentin Tarantino
[Sky Cinema Collection (canale Sky 303), ore 21.15. Disponibile anche su Rai Play]

Non sarà come vederlo in pellicola 70mm, come ricorderanno gli spettatori del Cinema Lumière o quelli di Piazza Maggiore una sera di fine luglio di qualche anno fa, ma The Hateful Eight offre mille ragioni per amarlo, al di là della giocosa profondità di campo che Tarantino usa per uno spazio claustrofobico di pochi metri quadri.

Personaggi, ambientazione, uso della tensione, una sceneggiatura e dialoghi che passano di mano in mano con una perfezione shakespeariana.
(A.R.)

 

Approfondimenti

In attesa di tornare in sala, ecco il nostro omaggio alla pellicola in 70mm di The Hateful Eight.

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Dai cataloghi delle piattaforme online:

I SOLITI IGNOTI (1958, 111 min) di Mario Monicelli
[Disponibile su Rai Play]

Se proprio pistola alla tempia si dovesse salvare un solo film di Monicelli, come potrebbe non essere questo? Qualità adamantina dei classici: I soliti ignoti è inesauribile, è inusurabile, è per sempre. Eppure nasce così, senza pretese, sulla scia di Rififi, per riciclare scenografie usate, con l’idea che fare di Gassman un personaggio comico sarà una catastrofe e occorre rafforzare l’insieme chiamando qualche altra giovane star, diciamo Mastroianni e Salvatori, e inventandosi sapidità territoriali, diciamo il sardo Murgia che fa il siciliano e il romano Capannelle che fa il bolognese, e persino ricorrendo al padre nobile dell’Italia comica che s’arrangia, Totò.

Poi Gassman sarà fantastico e gli altri pure, nella Roma periferica che s’affaccia svogliata alla modernità, prima di Pasolini e di Fellini. La scena finale è la più beffarda collisione di commedia e tragedia mai osata dal cinema italiano, il nonsenso della vita nell’Italia del 1958.
(P.C.)

Approfondimenti

Alberto Crespi e Orio Caldiron raccontano il film ‘alla radio‘; un’analisi su “Sentieri selvaggi”; Age e Monicelli a proposito del film; la scelta e la trasformazione di Gassman e il provino per il film; cartolina di una serata in Piazza Maggiore con una nota di Gian Piero Brunetta e un ricordo di Monicelli.

 

A RIVER CALLED TITAS (Titas Ekti Nadir Naam, 1973, 158 min) di Ritwik Ghatak
[Disponibile su Rai Play, sezione Fuori orario]

È un piacere immenso trovare questo titolo nella programmazione dell’emittente pubblica nazionale. Poter vedere questo capolavoro ritrovato e restaurato dal laboratorio L’Immagine Ritrovata grazie al World Cinema Project della Film Foundation, capitanata da Martin Scorsese, significa avere a portata di telecomando la possibilità di scoprire quanto il cinema sia un linguaggio universale che accoglie e fa convivere pacificamente in sé culture diversissime. Tratto dal romanzo epico dall’omonimo titolo dello scrittore bengalese di Advaita Barman, il film racconta la povertà e le condizioni di vita durissime delle famiglie di pescatori disseminate nei villaggi che costeggiavano le rive del fiume Titas, prima della ripartizione del Bengala in Occidentale e Orientale. Le donne, al pari del fiume Titas, sono protagoniste. Basanti (Rosy Samad) dal carattere generoso e combattivo unisce in sé le tradizioni di un mondo che sta scomparendo a una volontà ostinata e moderna di ribellarsi a una società ingiusta. L’attrice Kabori Sarwar, incarnazione vivente della dea Rajar Jhi, manifestazione dell’amore supremo per Krishna, rappresenta, insieme allo sfortunato marito che diviene pazzo per la sua perdita, la summa della religione induista. Dalla loro unione nascerà un figlio che presto orfano, passerà di casa in casa, di famiglia in famiglia. La luce che riverbera dall’acqua del fiume, dalla pioggia, dai volti bagnati di lacrime si scioglie nel respiro dei corpi, vibra negli strumenti musicali tradizionali, componendo un’elegia perfetta.
(M.Z.)

Approfondimenti

Recensione sul fim.

Selezione titoli, commenti e approfondimenti a cura di Alessandro Cavazza, Roberto Chiesi, Paola Cristalli, Andrea Ravagnan e Michela Zegna.