Cinefilia Ritrovata, ‘Valmont’

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Il mondo del cinema ha visto nella sua storia numerosi casi di scommesse non vinte, di film sottovalutati o a suo tempo incompresi, pur portando la firma di grandi maestri. Il caso che prenderemo in esame in questo senso è quello di Valmont, trasposizione del 1989 di Les liaisons dangereuses di de Laclos, per la regia di Milos Forman. L’anno prima la versione di Stephen Frears, Le relazioni pericolose, interpretata da John Malkovich e Glenn Close, ottenne un successo strepitoso e tre premi Oscar (sceneggiatura, scenografia e costumi) eclissando inevitabilmente l’opera di Forman, rimasta pressochè ignorata. Lo spettacolo che il festival ha regalato ad una piazza Maggiore colma di spettatori è quindi quello di un film doppiamente ritrovato, restaurato e meritatamente restituito al suo pubblico.

Restando fedele al romanzo di de Laclos, la vicenda è ambientata agli albori della Rivoluzione Francese e vede come protagonisti il visconte de Valmont, implacabile e affascinante seduttore, e madame de Merteuil, una nobildonna libertina ed intrigante, amanti di vecchia data impegnati in una perenne sfida a sfondo erotico che non esitano a coinvolgere e corrompere chiunque incontrino sul loro cammino. Ne fanno le spese la giovane Cècile, cugina di Marteuil, il suo innamorato Danceny, insegnante di arpa, e poi madame de Tourvel, una donna virtuosa e di sani principi religiosi che cede, dopo una lunga riluttanza, alle lusinghe di Valmont. Ma i due resteranno invischiati nella loro stessa ragnatela di inganni e ne usciranno entrambi sconfitti.

Sebbene Forman decida di cambiare il finale della storia, il nucleo interpretativo prevede, come per Frears, una ritorsione delle perversioni dei due protagonisti, talmente impegnati a violare l’onestà e la virtù di chi vi si trova intorno, da rimanerne inevitabilmente schiacciati, non riuscendo a contenere il peso, paradossalmente, dei propri sentimenti: de Merteuil si riscopre sinceramente innamorata di Valmont, che a sua volta lo è di Torveil, ma l’alone della morte è ormai sopraggiunto e il cerchio si spezza. In tal senso, se Frears inscena un plateale decesso sociale, dove de Merteuil viene pubblicamente umilata in teatro, il regista ceco opta per un interscambio con una nuova vita poichè Cècile rivela di essere incinta del defunto Valmont. Esempio questo davvero calzante per una trasposizione volutamente più ironica, ottimista, leggera e briosa di quella che l’ha preceduta. Lo scambio di provocazioni che Valmont e Merteuil si scambiano somiglia infatti ad un susseguirsi di dispetti tra ragazzini, di giochi naif apparentemente sgombri di consapevole cattiveria. Complice di tale visione un’età dei personaggi leggermente più giovane rispetto alla coppia Close/Malkovich e una tensione sessuale tra Annette Bening e Colin Firth, qui semi-esordienti, quasi inesistente. Motivo forse questo, come del resto l’appeal della maggior carica drammatica presente nel film di Frears, che ne ha decretato il minor coinvolgimento e interesse del pubblico.

Eppure Valmont è un’opera di rara eleganza visiva, che non tradisce coloro che avevano amato la sontuosa ricostuzione del Settecento in Amadeus e che coinvolge ed appassiona senza scandalizzare. L’invito che viene fatto dal festival è dunque quello di rivalutare ed apprezzare un film, come si diceva inizialmente, decisamente non compreso, dove il lavoro di trasposizione ha volutamente deciso di sorvolare ed alleggerire l’aspetto perverso di fondo della vicenda, scegliendo di dare un’interpretazione più giocosa ed ironica dell’ipocrita nobiltà francese.

Denise Penna