Cinefilia Ritrovata, ‘The Players vs. Angeles Caidos’

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L’esordio di Alberto Fischerman The players vsAngeles caidos (1975) è un film che pare seguire come unica regola quella di non avere regole; è infatti per Albert Tabbia “il film più libero, innovativo, insolente mai prodotto dal cinema argentino”, mentre per Edgardo Cozarinsky, uno dei due curatori della sezione “Un’altra storia del cinema argentino”, Fischerman respingeva “la buona rifinitura del cinema che aspirava alla qualità come gli alibi del cinema militante”. Naturalmente, stupido sottolinearlo, il mancato rispetto delle regole della narrazione più classica e lineare e la libertà stilistica hanno un significato ben preciso, che assume un senso ancora più chiaro se si legge il film alla luce della storia argentina e come metafora politico-sociale. The Players vsAngelos Caidos mira a rappresentare lo spaesamento di un’intera nazione, trasmettendo questo stesso spaesamento allo spettatore. In un set abbandonato (un vecchio teatro di posa della compagnia Lumiton, la prima casa di produzione argentina, fondata negli anni trenta) vive un gruppo di ragazzi e ragazze, gli “attori” del titolo, alle prese con le prove de La Tempesta di Shakespeare e con altre improvvisazioni, anche musicali, e che, in generale, condividono ogni cosa, i momenti più tristi come quelli all’insegna dell’allegria. La loro gabbia più o meno dorata è però minacciata da un altro gruppo, gli “angeli caduti”, presenza minacciosa prima solo accennata e man mano sempre più evidente e pericolosa; di giorno questi rimangono nascosti nei dietro le quinte, osservando la routine dei protagonisti, e di notte diventano violenti e minacciosi.

Ricordiamo che il film è del 1975, anno in cui il paese era dilaniato da una crisi che avrebbe portato, l’anno successivo, al golpe che inaugurò la dittatura militare del generale Videla; all’instabilità contribuivano, entrambi con ampio uso di azioni di forza e violente, a destra l’alleanza anticomunista argentina (meglio conosciuta come tripla A), e a sinistra l’Esercito rivoluzionario del popolo. Lecito è quindi leggere l’assedio subito dai protagonisti come una metafora di questa situazione; più delicato, soprattutto se non si ha particolare confidenza con la storia dell’Argentina, ipotizzare con maggiore precisione quale gruppo fosse rappresentato dagli “angeli caduti. Gli “attori” hanno infatti l’aspetto, i rovelli e i comportamenti piccolo-borghesi, cosa che renderebbe legittima la connotazione degli “angeli caduti” come dei guerriglieri proletari, all’attacco dei diritti e degli status della maggioranza silenziosa.

Altrettanto lecito è ipotizzare che la minaccia sia una metafora dei venti di golpe che spiravano dall’estrema destra e dagli ambienti militari. A prescindere da questo, certo è che il film di Fischerman sia una potente metafora dello stato d’assedio, d’insicurezza totale  e di minaccia costante di cui il paese era preda in quegli anni drammatici. Sono proprio la sua apparente assenza di regole, le sue ambiguità, il suo voler essere avanguardia a trasmettere con estrema efficacia il senso più assoluto di spaesamento e di crisi.

Edoardo Peretti