Cinefilia Ritrovata, ‘Les portes de la nuit’

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Appena un anno dopo l’uscita e il grande successo di Les enfants du paradis, Marcel Carné ritorna, nel 1946, ad un nuovo film. Si tratta dell’adattamento di un balletto di Prévert e Kosma che nella trasposizione cinematografica si occupano rispettivamente della sceneggiatura e della musica, accompagnati dalla scenografia di Trauner e dalla fotografia di Philippe Agostini.

Al centro de Les portes de la nuit c’è la storia di Diego che, finita la seconda Guerra mondiale, ritrova a Parigi un compagno della Resistenza che credeva morto e che invece ora abita in un quartiere povero, in un palazzo pieno di coinquilini, fra cui la numerosa famiglia Quinquina e un avaro rigattiere. Quando i due amici alla sera escono alla per festeggiare, Diego, grazie all’intervento di un clochard, intravede Malou, una bellissima donna di cui si invaghisce. Nella notte i due si incontreranno di nuovo ma il nascere del loro amore sarà contrastato dal marito di lei, Georges, che non vuole lasciarla e da Guy, figlio del rigattiere nonché fratello di Malou, che durante la Guerra da collaborazionista ha denunciato l’amico di Diego.

All’epoca dell’uscita, Les portes de la nuit fu un grande insuccesso di pubblico e critica, ma visto oggi sul grande schermo grazie al Cinema Ritrovato, nella versione restaurata da Pathé, conserva una sua intatta magia fatta di particolari: scene, musiche, testi e personaggi. Il film era stato scritto per essere interpretato da Marlene Dietrich e Jean Gabin che però rifiutarono per altri impegni cinematografici. I due attori furono allora sostituiti da quella che oggi ci pare una troppo algida e poco empatica Nathalie Nattier (Malou) e da un bravo e intenso, ma forse troppo giovane, Yves Montand (Diego). Fra i personaggi secondari risalta invece l’interpretazione di Serge Reggiani, l’odioso Guy, traditore consapevole che ha vergogna di se stesso e che in una bellissima scena si incammina lento ma determinato sui binari di una morte violenta, in cerca di riscatto morale. O quella di Pierre Brasseur, ricco marito tradito, preoccupato della sola apparenza e del vuoto che lo sta per inghiottire. E lo stesso Jean Vilar dà vita ad un clochard inquietante, che veste i panni di un destino costretto a non far sconti a nessuno. Ma su tutti, protagonista indiscussa è la notte – ritratta con un bianco nero dal forte contrasto espressivo – vero palcoscenico della vita. Una notte che ospita il nascere di un amore, la morte di alcune persone, i passi di chi si perde e quelli di chi si ritrova, per un attimo o per sempre.

La sceneggiatura di Prévert regala poi al film veri e propri momenti di grazia, come nei dialoghi pieni di umorismo della famiglia Quinquina o nella poesia delle canzoni, di cui il film è intriso. L’apertura sulle note e sulle parole di Les enfants qui s’aiment (il cui secondo verso dà il titolo al film) dona alla giovane coppia formata da Étiennette (la figlia più grande della famiglia Quinquina) e da un ragazzo operaio una grande potenza filmica, un’immortalità cinematografica fatta di presenza e contemporanea assenza (il padre cerca Étiennette per tutto il film): “Les enfants qui s’aiment s’embrassent debout/Contre les portes de la nuit/Et les passants qui passent les désignent du doigt/Mais les enfants qui s’aiment/Ne sont là pour personne” (I ragazzi che si amano si baciano in piedi/Contro le porte della notte/E i passanti che passano li segnano a dito/Ma i ragazzi che si amano/Non ci sono per nessuno).

Potenza che volutamente manca alla coppia di amanti divisi Diego – Malou, che si rispecchia invece nell’evanescenza e nello struggimento malinconico del tema Les feuilles mortes: “Et la vie sépare ceux qui s’aiment/Tout doucement, sans faire de bruit/Et la mer efface sur le sable/Les pas des amants désunis” (E la vita separa chi si ama/dolcemente/ senza far rumore/e il mare cancella sulla sabbia/i passi degli amanti divisi). Canzone, quest’ultima, che il pubblico per anni non amò ma che poi divenne famosa in tutto il mondo.

 

Lorenza Govoni