Cinefilia Ritrovata, ‘Fuga in Francia’

Tratto dall’omonimo racconto dello stesso Soldati, Fuga in Francia racconta le vicende di Riccardo Torre (Folco Lulli), ex fascista con una taglia da un milione di lire sulla testa che, assieme Fabrizio, il figlio di soli dieci anni, tenta la fuga dall’Italia. Mario Soldati avrebbe voluto fare un film che raccontasse la storia degli operai che passano il confine, quello che poi ha fatto Pietro Germi ne Il cammino della speranza. Lo stesso Germi che interpreta Tembien, uno dei personaggi più rilevanti del film. Fu il produttore Carlo Ponti della Lux a scovare questo fatto di cronaca così da collocare le vicende in un ben preciso contesto, l’Italia dell’immediato dopoguerra, un Paese devastato e desolato. All’epoca il film fu considerato come un tentativo di allinearsi con gli stilemi propri del neorealismo: la produzione cercò di far leva sulle caratteristiche che avevano contraddistinto il cinema italiano degli anni precedenti, nel tentativo di conferire al film quello statuto qualitativo che l’etichetta “neorealismo” avrebbe assicurato. In realtà Fuga in Francia è un film caratterizzato da una virtuosa componente estetica e stilistica, in controtendenza rispetto ai ‘dogmi’ neorealisti. L’operazione, poco in linea con la personalità di Soldati, non fu particolarmente apprezzata dalla critica del tempo, così scriveva Guido Aristarco su “Cinema” nel febbraio 1949:

“Si è molto parlato, recentemente, degli ‘equivoci’ sul neorealismo: Fuga in Francia (1948) è appunto un frutto di questi equivoci: il regista ha confuso, in buona o cattiva fede, l’esigenza interna con la ‘formula’ e la ‘etichetta’, una verità emotiva e artistica con una ‘verità’ che si basa sull’autenticità dei luoghi ove l’azione si svolge e su una vicenda ‘ispirata’ a fatti accaduti”.

Molti elementi caratteristici del cinema di Mario Soldati tornano anche qui, nonostante il film sia povero di quei personaggi secondari che popolavano le narrazioni precedenti. Folco Lulli, restituisce un’interpretazione straordinaria, caratterizzata dall’imponente presenza fisica, che rimanda alla mente l’Orson Welles de Lo straniero o de Il terzo uomo. L’evoluzione del suo personaggio avviene secondo una graduale, ma costante scoperta della reale e infida natura di Riccardo Torre, col quale, in principio, lo spettatore riesce ad empatizzare. Singolare è la scelta di dare al film il suo punto di vista, quello di un ex gerarca in fuga, un uomo crudele, disposto a tutto pur di salvarsi la pelle, senza nemmeno l’ombra del pentimento. A far da contrappeso a questo personaggio negativo ci sono Gino e il fratello Tembien, il Tunisino e la cameriera Pierina (nome caro a Soldati), gente povera e semplice, ma unita nella difficoltà, simboli della forte solidarietà nazionale che si andava creando specialmente tra i poveri, gli emarginati e, come in questo caso, tra le persone in fuga, alla ricerca di un futuro migliore.

Fuga in Francia è un film dal grande impatto visivo, Soldati si dimostra un ottimo conoscitore dei luoghi che fotografa regalando magnifici scorci alpini e riportando lo spettatore di oggi all’ambiente familiare e conviviale delle vecchie piole piemontesi.

Stefano Careddu