Una cronaca della crisi europea del Ventesimo secolo: ‘Lights Out in Europe’ e ‘Ma Vie En Allemagne Au Temps De Hitler’

Per chi ama e studia la storia del XX secolo, il Cinema Ritrovato ha offerto due documentari ricchi di spunti di interesse: Lights Out in Europe (USA, 1940, 63’) e Ma Vie En Allemagne Au Temps De Hitler  (Francia, 2018, 104’).
Lights Out in Europe, con la regia di Herbert Kline, membro del collettivo newyorkese di sinistra “Film and Photo League”, e del fotografo e montatore ceco Alexandr Hackenschmied (in seguito noto come Hammid), è un prezioso documentario realizzato negli anni in cui si svolgevano gli eventi narrati. Grazie a un testo scritto dal romanziere britannico James Hilton (Lost Horizon) e letto dall’attore Fredric March e ad un intelligente uso di rare immagini d’epoca, questo film conduce lo spettatore nel cuore di un’Europa alle prese con la più grande crisi politica della sua storia. Il tono del commento, a differenza di ciò che accade nei classici documentari e cinegiornali dell’epoca, non è propagandistico o eccessivamente “gridato”, ma asciutto, preciso e obiettivo. L’autore amava definirsi “corrispondente straniero dello schermo” e il taglio dato al suo lavoro ne è la conferma. L’obiettivo del regista è rendere lo spettatore americano (per il quale il film è stato ideato e realizzato) consapevole della drammaticità degli avvenimenti in corso nel vecchio continente, al fine di un intervento degli USA nel conflitto. E, per raggiungere questo scopo, Kline fa un uso intelligente di immagini dal forte impatto emotivo che, più delle parole o dei discorsi retorici, sono in grado di colpire la mente e il cuore di chi guarda.  Ne è un chiaro esempio la terribile sequenza che vede protagonista una giovane donna polacca, morente per una ferita alla gola, causata dagli effetti di un bombardamento sui civili da parte dell’aviazione tedesca. Kline, con quelle immagini, sembra voler dire: attenti, questa guerra non risparmierà nessuno, a partire dai civili. La mano del regista americano appare esperta e preparata all’orrore che deve mostrare. Kline, infatti, si era fatto le ossa, narrando per il grande schermo alcune delle più importanti e violente crisi politiche del suo tempo, come la Guerra civile spagnola (Heart of Spain, 1937; Return to Life, 1938) e l’occupazione nazista della Cecoslovacchia (Crisis, 1939).

Il regista aveva intuito che il conflitto non sarebbe stato solo appannaggio delle forze armate, degli eserciti sui campi di battaglia, ma avrebbe travolto, in un’immane tragedia, la popolazione civile. Sarebbe stata una guerra “totale” e le intere nazioni “avrebbero dovuto combattere”. In Inghilterra, ad esempio, le immagini della propaganda militare per l’arruolamento di nuove truppe, in un montaggio alternato, si succedono alle elaborate sequenze che illustrano le attività della popolazione londinese alle prese con la simulazione dei bombardamenti e le esercitazioni con le maschere antigas, che coinvolgono persino i bambini terrorizzati nei passeggini, imbragati in improbabili e soffocanti “scafandri”.

Kline, sensibile alle tematiche sociali, non manca di raccontare la quotidianità nella capitale inglese. Colpisce l’immaginario dello spettatore odierno il fatto che, nonostante il Paese fosse sull’orlo di una guerra mondiale, i londinesi si sforzassero comunque di condurre una vita “normale”. Si recavano a teatro nel tentativo di distrarsi dai pericoli imminenti mentre, ad Hyde Park, proseguivano con un grande seguito, i celebri corner speeche. Molto interessante anche l’analisi della situazione in Polonia, la nazione che per prima sarebbe stata coinvolta nel conflitto, nel settembre del 1939. Qui l’attenzione del regista si concentra nello spiegare il perché di una catastrofe militare così veloce e immediata. In particolare, due sembrano essere le cause dell’impreparazione militare della Polonia individuate nel film: una cieca, romantica e anacronistica fiducia nella cavalleria, da secoli simbolo dell’orgoglio militare nazionale e il ritardo nella mobilitazione generale dell’esercito che si sarebbe rivelata fatale. Tutto questo è mostrato in contrapposizione al punto di vista tedesco, portato agli occhi dello spettatore attraverso il racconto dell’imponente preparazione militare e propagandistica della città di Danzica, testa di ponte delle truppe tedesche nel cuore del territorio polacco.

L’angosciante ricordo della catastrofe della Prima Guerra Mondiale avvolge come un’ombra cupa tutta la narrazione cinematografica. L’impatto di questo terribile conflitto era stato così traumatico, da portare la popolazione britannica e alcuni dei suoi più eminenti esponenti politici (in particolare il primo ministro Chamberlain e il ministro degli esteri Lord Halifax) a puntare su una tattica attendista nei confronti dei tedeschi, denominata appeasement. Nel documentario numerose sono le inquadrature  che ritraggono i monumenti dedicati ai caduti della Grande Guerra, mentre l’obiettivo della macchina da presa registra la triste condizione degli  invalidi e dei mutilati, reduci dal grande conflitto, ed è l’autore, in prima persona, a ricordarci l’atroce beffa del destino nel vedere le stesse nazioni e i rispettivi eserciti prepararsi  a nuove battaglie e nuove carneficine in quegli stessi luoghi ancora imbevuti del sangue dei soldati, a distanza di soli 25 anni. Lights Out in Europe è la cronaca lucida e dettagliata di una sconfitta dell’umanità o, per usare le parole di Kline, del “punto morto della civilizzazione europea”.

Non si può comprendere efficacemente la Seconda Guerra Mondiale senza avere una conoscenza approfondita di cosa accadde in Germania nel corso degli anni Trenta. E, a questo proposito, la visione del documentario Ma Vie En Allemagne Au Temps De Hitler Jérôme Prieur (Francia, 2018, 104’) risulta davvero utile e preziosa. Si tratta di un lavoro che racconta, attraverso le parole di testimoni dell’epoca, uno dei periodi più bui della Germania, dalla presa del potere del nazismo nel gennaio del 1933, sino alla notte dei cristalli (9-10 novembre 1938). Il film analizza elementi psicologici, storici e sociologici, partendo dall’analisi di un enorme corpus di documenti di straordinario valore, a lungo ignorato dagli storici e passato quasi inosservato fino ad oggi. Nell’estate del 1939 tre professori di Harvard diedero vita ad una vasta inchiesta per comprendere meglio ciò che stava accadendo in Germania, chiedendo ad esuli politici, rifugiati in venti paesi diversi, di descrivere la loro vita prima e dopo il 30 gennaio 1933. Un corpus di documenti composto da più di 20.000 pagine di racconti personali, forniti da 280 persone diverse. Attraverso una scrupolosa selezione di materiali, tratti da questo sterminato corpus di testimonianze, il regista dà vita a un vero e proprio diario narrato da voci diverse, che racconta, passo dopo passo, un pezzo di storia decisivo, non solo per la Germania, ma per l’umanità intera.

Il documentario inizia con il racconto nostalgico della Germania pre-hitleriana di Weimar, caratterizzata da un esibito anticonformismo, una vivace vita culturale e notturna, a cui faceva da contraltare una pesante crisi politica ed economica, accompagnata da un forte senso di sfiducia nelle istituzioni parlamentari. Si ripercorrono poi le tappe che accompagnarono Hitler al potere, soffermandosi, in particolare, sulla celebre, ipnotica, coinvolgente campagna elettorale del gennaio 1933 quando, grazie ad una potente propaganda orchestrata da Goebbels, Hitler riuscì ad attrarre un grandissimo numero di consensi elettorali all’interno del paese. La narrazione dell’inarrestabile contagio e progressione del “male” prosegue con l’Incendio del Reichstag e le sue pesanti conseguenze per le istituzioni democratiche, già gravemente indebolite, fino al dettagliato e angosciante racconto delle violenze che le minoranze politiche, razziali e religiose subirono sin dai primissimi giorni del governo nazista. Per meglio comprendere quanto all’epoca fosse sottovalutata la “potenza” di questa macchina di distruzione e distrazione di massa, il regista riporta l’opinione di un esponente della classe borghese e liberale che considerava il nazismo come un movimento politico di breve durata, che non sarebbe mai stato in grado di consolidare il proprio potere, ma che al momento serviva a contrastare “il pericolo comunista”. Il nostro sguardo di spettatori consapevoli delle atroci conseguenze di queste “sviste” non può non cogliere la violenza, ben documentata nel film, della pervasività dell’operato dei nazisti, che riguardava la vita dei cittadini dell’epoca. Il controllo era sempre più serrato, come sottolinea una delle voci narranti, le case non “avevano più né porte, né finestre”, il rispetto per la vita privata si era dissolto,  tutti dovevano cantare le stesse canzoni, tutti dovevano eseguire gli stessi esercizi di ginnastica, obbligatorio il saluto nazista, tutti spiavano tutti, le insidie, le minacce e le denunce erano all’ordine del giorno, mille orecchie ascoltavano, mille occhi osservavano, e le spie si annidavano tra gli insegnanti di scuola (atroce il destino di una bambina ebrea morta durante l’ora di ginnastica, soffocata dal peso dei suoi compagni di classe che, in un orrendo gioco, non impedito dall’insegnante, l’avevano schiacciata), i portieri di casa, i compagni di scuola, i commessi dei negozi… erano tutti potenziali delatori. In un crescendo sempre più coinvolgente, ci si sente come avvolti e prigionieri delle spire di un regime del terrore, dal fascino perverso, che invade ogni spazio dell’individuo, reso incapace di reazione e di pensiero, anche il credo religioso era stato sostituito da una fede cieca nel Fuhrer e nel suo partito.

Di grandissimo valore storico sono le immagini tratte dai filmati amatoriali, originali dell’epoca, che ci mostrano la Germania come forse non si è mai vista in nessuno documentario. Quelle proiettate sullo schermo, infatti, non sono le classiche riprese girate, filtrate e selezionate accuratamente dalla propaganda di regime, come accadeva per la gran parte dei documentari contemporanei sul nazismo, ma, al contrario, sono un documento di inestimabile valore che permette allo spettatore e agli studiosi di storia di conoscere la terribile realtà nazista da una prospettiva domestica e, per questo, più autentica.  Incredibili e inquietanti le immagini delle parate medievali naziste che rievocano l’Epopea dei Nibelunghi di wagneriana memoria e che ricordano il tema della spettacolarizzazione e della mitizzazione della storia medievale tedesca da parte della propaganda nazista. Un tema brillantemente e dolorosamente affrontato, nel 1938, da Joseph Roth nel racconto “Il mito dell’anima tedesca”, un capitolo della raccolta intitolata Al bistrot dopo mezzanotte. In questo scritto l’autore denuncia anche la cecità dei francesi (“la leggenda fatale dell’anima germanica”) e di altri europei, oltre naturalmente ai tedeschi, per la pericolosità della propaganda e dell’agire nazista e la fascinazione per quei riti evocativi, “per quegli ignobili spettacoli guardati attraverso quella lorgnette con cui si assiste alle opere di Wagner”: “… il volgare assassinio è visto in una luce da fuochi del Bengala. Il sangue che scorre rosso dalla ferita assume, per così dire, una tonalità straniante violetta e sembra che entrambi, la vittima e l’assassino, aspettino solo che cali il sipario per struccarsi amichevolmente l’un l’altro il dolore, la ferita e il collo dietro le quinte. I Tedeschi hanno da sempre la capacità di uccidere con accompagnamento musicale. Come si vede, la mascherata wagneriana tedesca è completa…”

Francesco Pellegrini