Poeti ribelli e spiriti rivoluzionari: il Parallel Cinema indiano

Una storia mai raccontata fino in fondo, quella del Parallel Cinema indiano. Siamo nel 1968: Arun Kaul e Mrinal Sen pubblicano il loro manifesto, invocando “un nuovo cinema”, e dando vita a un’esplosione di creatività senza precedenti che catturò l’immaginazione di una generazione di cineasti. Un anno dopo, nel 1969, la Film Finance Corporation – ente istituito dallo stato a sostegno dei registi – inizia a produrre opere uniche e originali, segnando così l’inizio di un nuovo corso. La nascita del Parallel Cinema è in realtà matura da tempo: dopo la morte di Jawaharlal Nehru, in un’India piena di incertezze e in un clima che incoraggiava la rottura con il passato, il Parallel Cinema viene forgiato dalla rivolta socio-politica e si afferma capillarmente, soprattutto nei territori del Karnataka, del Bengala e del Kerala. Il nostro sarà un percorso in otto tappe, con titoli rarissimi, quasi mai visti fuori dall’India – dalle opere di due poeti come Govindan Aravindan e Kumar Shahani al ritrovamento del prezioso negativo originale di Uski Roti di Mani Kaul – per riconoscere il ruolo avuto da questa stagione di grande creatività, uno dei capitoli più trascurati e sottovalutati del cinema degli ultimi cinquant’anni.
A cura di Shivendra Singh Dungarpur, Cecilia Cenciarelli e Omar Ahmed 

Poeti ribelli e spiriti rivoluzionari: il Parallel Cinema indiano

Contro ogni bandiera: Wolfgang Staudte

Wolfgang Staudte è probabilmente il solo regista del dopoguerra il cui lavoro è stato importante per le culture cinematografiche di entrambe le repubbliche tedesche. Eppure la sua imponente produzione cinematografica e televisiva è ancora vistosamente ignorata al di fuori della Germania, con la possibile eccezione di Gli assassini sono tra noi (Die Mörder sind unter uns, 1946), il primo film prodotto nella Germania occupata dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Mentre in patria (se è giusto parlare di patria per una figura esistenzialmente così in contrasto con il paese natale) le discussioni sull’arte e i meriti di Staudte si riducono spesso alla sua importanza politica quale solitario moralista del cinema della Repubblica di Bonn, che con film come Kirmes (1960), Heimlichkeiten (1968) o Zwischengleis (1978) si batté disperatamente contro la volontà di insabbiare, ignorare, dimenticare e infine seppellire l’odioso passato nazista della nazione (e la sua presenza neanche tanto criptica). Ciò non rende giustizia a Staudte, magistrale artigiano che sapeva dirigere con la stessa disinvoltura una fiabesca fantasia orientale come Die Geschichte vom kleinen Muck (1953), un melodramma dai risvolti femministi, Rose Bernd (1957), o una storia di formazione densa di simboli e di echi religiosi come Das Lamm (1964). Questo piccolo omaggio offre un primo sguardo su un corpus cinematografico e televisivo tra i più ricchi dell’Europa postbellica.
A cura di Olaf Möller

Contro ogni bandiera: Wolfgang Staudte

Cinemalibero: Femminile, Plurale

Dieci esordi al femminile saranno al centro della sezione del festival che più di ogni altra si propone di allargare gli orizzonti del cinema. Dieci registe difficili da classificare, distanti da approcci tradizionali, e indipendenti da manifesti programmatici come quelli del ‘Terzo cinema’, o da sguardi strettamente femministi. Abbiamo scelto di raccontare le loro storie cogliendole nel preciso momento storico, culturale e personale che le ha spinte a procurarsi della pellicola e a mettersi per la prima volta dietro a una macchina da presa per esprimere un punto di vista proprio. Sarà un viaggio che partirà dall’Angola, colta magistralmente nel suo gesto di rivolta da Sarah Maldoror in Sambizanga, atteso restauro che ha richiesto oltre tre anni di lavoro. E proseguirà verso Cuba, il Senegal, passando per il Venezuela, l’Ungheria, la Bulgaria, l’Algeria, il Portogallo, la Polonia…
A cura di Cecilia Cenciarelli e Elena Correra

Cinemalibero: Femminile, Plurale

Il vero Giappone: i documentari della Iwanami

Creata nel 1950 come ramo della celebre casa editrice Iwanami Shoten, la Iwanami Productions divenne ciò che lo studioso Markus Nornes definisce “l’epicentro della scossa che avrebbe cambiato il panorama del documentario giapponese”. Fondata per realizzare film educativi e promozionali, la compagnia finì per trasformare le convenzioni del cinema documentario nipponico aprendo la strada a uno stile caratterizzato da un’osservazione pacata e non moralizzatrice e dalla ferma volontà di fissare su pellicola la vita in tutta la sua disordinata spontaneità. I documentari della Iwanami abbracciavano temi che andavano dal patrimonio storico e artistico giapponese alla storia locale e al comportamento degli scolari. La compagnia lanciò le carriere di Sumiko Haneda, una delle maggiori documentariste del paese e la prima donna ad avere una lunga carriera di regista in Giappone, e di importanti registi di finzione quali Susumu Hani e Kazuo Kuroki; i film di Hani, in particolare, recano chiare tracce del paziente realismo che contraddistingue i suoi lavori per la Iwanami. Questa rassegna offre l’opportunità di conoscere una serie di film apprezzabili di per sé e significativi per il loro impatto duraturo sul cinema nipponico.
A cura di Alexander Jacoby e Johan Nordström
In collaborazione con Istituto Giapponese di Cultura

Il vero Giappone: i documentari della Iwanami