Cinemalibero. 50 anni del FESPACO

La sezione dedicata a film e restauri di paesi che a volte sfuggono ai radar della cinefilia festeggia quest’anno il mezzo secolo del FESPACO, il Festival panafricano del cinema e della televisione di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Fondato nel 1969, è una delle iniziative culturali più significative e unificanti dell’Africa nonché il luogo in cui il cinema si è affermato come potente mezzo di espressione e di presa di coscienza politica. Spesso accusato di aver tradito lo spirito di quella fervente stagione tramutandosi in una spettacolare kermesse, il FESPACO ha reclamato il suo ruolo culturale inaugurando nel 2019 una sezione dedicata ai classici. Un segnale forte che ribadisce la volontà dell’Africa di riappropriarsi della propria memoria e del proprio patrimonio cinematografico. Otto programmi, nuovissimi restauri e rari materiali d’archivio: un’opportunità per esplorare e riscoprire un continente che non abbiamo mai sentito così vicino a noi.
Programma a cura di Cecilia Cenciarelli

Cinemalibero. 50 anni del FESPACO

Chahine: glamour, musica e rivoluzione. L’ultimo degli ottimisti arabi

Youssef Chahine è stato un uomo-cinema, nel senso che ha fatto praticamente di tutto: il regista, certo, ma anche il produttore, l’attore, il cantante, il montatore. In cinquant’anni di carriera Chahine si è cimentato in tutti i generi, addirittura fondendoli: dal peplum intimista al documentario storico passando per la commedia musicale a carattere politico e al dramma autobiografico. Amava intensamente il popolo del Nilo, la gente comune d’Egitto. Tanto che dall’alto dei suoi quaranta film è possibile osservare la storia egiziana del Ventesimo secolo. L’autore di Stazione centrale e di Alessandria… perché? si è nutrito negli anni Trenta e Quaranta di cinema francese e inglese e si è formato nel paese di Hollywood, ma è stato anche segnato dal neorealismo italiano. Era in grado di parlare a tutti, grazie alla sua cultura globale e alla conoscenza di diverse lingue, da buon figlio della cosmopolita Alessandria, dove era cresciuto in una famiglia di confessione greco-cattolica. Classe 1926, Youssef Chahine è morto al Cairo il 28 luglio 2008. L’uomo che ha portato l’Egitto alla ribalta cinematografica internazionale ha militato fino alla fine contro le dittature, i fanatismi, i populismi. La sua lucidità non ha mai intaccato il suo ottimismo gioioso e contagioso.
Programma a cura di Tewfik Hakem, in collaborazione con Cinémathèque française e Chahine Estate

Chahine: glamour, musica e rivoluzione. L’ultimo degli ottimisti arabi

“Siamo gli indigeni di Trizonia”: l’invenzione del cinema della Germania Ovest, 1945-1949

Con la capitolazione dell’8 maggio 1945 la Germania diventa un territorio occupato privo di una vera e propria sovranità nazionale e bisognoso di un futuro. È presto evidente che quel futuro sarà duplice: la zona occupata dai sovietici è destinata a imboccare una direzione politico-economica opposta rispetto a quella delle zone occupate dagli americani, dagli inglesi e dai francesi; dal 1945 al 1948 queste ultime si fondono gradualmente in un’entità amministrativa denominata Trizona, sulle cui basi nascerà la Repubblica Federale Tedesca. Siamo gli indigeni di Trizonia (il titolo è mutuato da una canzone carnevalesca dell’epoca) documenta la produzione cinematografica di questa fragile creatura, che nel 1956 la rivista “Das Schönste” definì a posteriori “l’avanguardia del cinema tedesco del dopoguerra”. Definizione calzante: ne passerà di tempo prima che il cinema della Germania Ovest sappia eguagliare le invenzioni formali di Der große Mandarin e di Herrliche Zeiten. E il cinema tedesco (dell’Est come dell’Ovest) riuscirà mai a osservare i destini e le circostanze dell’esilio e del ritorno in patria con lo sguardo lucido e inflessibile di Lang is der Veg o di Asylrecht? La rassegna si preannuncia piena di scoperte e di sorprese.
Programma a cura di Olaf Möller

“Siamo gli indigeni di Trizonia”: l’invenzione del cinema della Germania Ovest, 1945-1949

Sotto i cieli di Seul: l’epoca d’oro del cinema sudcoreano

La prima rassegna del Cinema Ritrovato dedicata al cinema sudcoreano è un’occasione unica per scoprire le opere fondamentali che segnarono la rinascita di una delle cinematografie più influenti dell’Asia orientale. Fu negli anni Sessanta del secolo scorso che si fecero le ossa i primi registi-autori coreani, realizzando film immensamente popolari ma anche artisticamente audaci. Il temporaneo allentarsi della censura e le rigide limitazioni imposte all’importazione di film stranieri diedero un forte impulso alla produzione nazionale, e modificarono per sempre il corso del cinema sudcoreano. La rassegna documenta i cambiamenti estetici, tecnologici e politici che diedero forma a quel movimento. Se il pubblico internazionale forse conosce già The Housemaid (1960) di Kim Ki-young e Aimless Bullet (1961) di Yu Hyun-mok, nel programma non mancheranno le opere di altri registi di rilievo quali Shin Sang-ok, Lee Man-hee e Kim Soo-yong, molte presentate in nuovi o recenti restauri.
Programma a cura di Cho Hyun Jin e Jung Minhwa, in collaborazione con Korean Film Archive

Sotto i cieli di Seul: l’epoca d’oro del cinema sudcoreano

Georges Franju: documentario oltre il reale

Cofondatore della Cinémathèque française, Georges Franju lavorò a lungo per tramandare il patrimonio del cinema scientifico, e fu in questo ambito apparentemente marginale della settima arte che scoprì i segreti meccanismi della paura al cinema. Ancor prima di realizzare lungometraggi indimenticabili e atipici, sapeva che “a essere strano è ciò che è familiare, e che appare d’un tratto sotto una luce nuova”. Ciascuno dei suoi tredici cortometraggi parte da tale presupposto. Franju non tenta di sviare l’incarico, sta al gioco. Nella sua esplorazione del presente scopre l’angoscia e l’orrore. Sente il polso del suo tempo, che è un tempo postbellico e prebellico, a cominciare da Le Sang des bêtes, che descrive la quotidianità dell’assassinio professionale di massa. Ma Franju racconta anche la scienza e la morte, la distruzione del passato e quella incombente del pianeta, e infine le meraviglie dell’illusione, della tragedia e del sogno. “Sono realista e dunque surrealista”.
Programma a cura di Bernard Eisenschitz

Georges Franju: documentario oltre il reale