Yuzo Kawashima: l'anello mancante

Kawashima è l’‘anello mancante’ tra cinema giapponese classico e nouvelle vague nipponica. Allievo di Ozu e maestro di Imamura, i suoi film uniscono la cura e la precisione dell’epoca dello studio system con la sgargiante audacia degli anni Sessanta. Per Imamura, Kawashima “incarnò il nuovo cinema giapponese con dieci anni d’anticipo”, attestandone l’influenza duratura sul cinema del suo paese, malgrado la prematura scomparsa a soli quarantacinque anni. Le precarie condizioni di salute contribuirono a ispirargli una visione del mondo pessimistica e uno spiccato senso dell’assurdo. Nella sua opera, drammi realistici intensi e raffinati si affiancano a commedie disinvolte e imprevedibili, in bilico tra satira e farsa. Maestro di stile, Kawashima amava le composizioni elaborate e disponeva con intelligenza i suoi interpreti tra gli arredi e gli attrezzi di scena. Regista di attori, incoraggiava interpretazioni spigliate, chiassose e vitali in cui la mimica, il tono della voce, la postura, i gesti e i movimenti si combinavano rendendo le caratterizzazioni persuasive e dettagliate. La rassegna proporrà una selezione delle sue opere migliori.
A cura di Alexander Jacoby e Johan Nordström

Yuzo Kawashima: l’anello mancante

Cinemalibero

Nel programma di quest’anno, dedicato alla memoria della regista, attivista e poetessa Sarah Maldoror, presentiamo un numero importante di film restaurati per vie tortuose, dopo lunghe ricerche, superando gli enigmi della censura e la scarsità degli elementi disponibili. La rinascita di questi film ci mostra, ancora una volta, quanto il restauro sia un mezzo potente per riscrivere le molte storie del cinema. Quest’anno le voci di Jia Zhang-ke, Sarah Maldoror, Ritwik Ghatak, Mohammad Reza Aslani, Ruy Guerra, Mike de Leon e Gutiérrez Alea raccontano di disadattati ladruncoli di provincia, poeti guianesi, profughi bengalesi, famiglie decadenti, guerriglieri rivoluzionari, patriarchi di estrema destra e burocrati. Parlano la lingua della resistenza, della satira e dell’immaginazione.
A cura di Cecilia Cenciarelli

Cinemalibero

Il secolo breve di Konrad Wolf

Noto come il più grande autore della Germania dell’est, Konrad Wolf ha avuto una vita affine all’esilarante unicità dei suoi film. Nel 1945, Wolf tornò dall’Unione Sovietica nella Germania nazista, dove la famiglia era esiliata: al tempo era un giovanissimo tenente dell’Armata Rossa. Raccontò poi questa sua esperienza nel classico Ich war neunzehn. Wolf studiò cinema all’ Istituto Statale di Cinematografia di Mosca ed intraprese una fortunata carriera al DEFA, dirigendo quattordici film. Fortemente convinto del potenziale del cinema nella costruzione di una società socialista, i suoi film hanno raccontato il passato ed il presente attraverso uno sguardo revisionista. Allo stesso tempo Wolf non ha mancato di avvicinarsi a certi temi sensibili che andavano oltre i confini del partito, esponendosi così alla censura di stato.
A cura di Ralf Schenk

Il secolo breve di Konrad Wolf

Gösta Werner, il senso dalla perdita

Per Gösta Werner (1908-2009), illustre storico del cinema svedese e eccezionale regista principalmente di cortometraggi su commissione, il cinema fu un’occupazione e un’ossessione totalizzante, uno stile di vita del quale fecero parte il lavoro di critico cinematografico, l’insegnamento, la riedizione di film stranieri per la distribuzione locale. E tuttavia oggi questo talento eclettico è ricordato soprattutto per una cosa: i suoi scritti. Il nostro omaggio propone una panoramica del cinema di Werner: due programmi di cortometraggi esplorano l’ampiezza e il respiro dei suoi film, realizzati all’insegna della sperimentazione e pensati con l’intento primario di informare il pubblico, comprendendo alcune opere canoniche quali Midvinterblot (1946). Il mediometraggio Mauritz Stiller (1987) offre poi un assaggio della sua attività di storico del cinema alle prese con il soggetto più venerato e studiato. Il film di finzione Gatan (1949), infine, ci mostra Werner all’apice della sua finezza di narratore.
A cura di Olaf Möller e Jon Wengström

Gösta Werner, il senso dalla perdita