Cinefilia Ritrovata, ‘Goupi Mains Rouges’

La sezione dedicata a Jacques Becker prosegue con Goupi Mains Rouges, recentemente restaurato dalla Pathé a partire dal negativo camera. Il film è girato in piena occupazione tedesca, e il discreto successo ottenuto libera Becker dall’etichetta di “allievo di Renoir” e gli assicura un posto di primo piano nel cinema francese del dopoguerra.

Goupi Mains Rouges, tratto da un romanzo di Véry, è un film ibrido e ambiguo a partire dal genere di appartenenza: il melodramma familiare, punteggiato da spunti comici, si fonde infatti con una crime story atipica, in cui la ricerca del colpevole sembra essere uno degli ultimi problemi di Becker. Fin dalle prime sequenze, ciò che si offre agli occhi dello spettatore è piuttosto un dramma corale perfettamente orchestrato, animato dai dodici componenti della famiglia Goupi. Ogni Goupi è identificato con un soprannome, che ne sancisce, spesso ironicamente, il tratto principale (Goupi “La Loi”, Goupi “L’Empereur”, Goupi “Mains Rouges”, che dà nome al film, e così via). Con altrettanta asciuttezza Becker delinea con poche efficaci pennellate ogni membro della famiglia, e ne fa una pedina sulla scacchiera del macabro gioco che si consuma nella fattoria dei Goupi.

Quello di Becker è un film ibrido e ambivalente anche dal punto di vista ideologico. Goupi Mains Rouges è infatti ambientato nella Francia rurale che Pétain aveva posto al centro della sua propaganda: i valori decantati dalla Repubblica di Vichy (lavoro, patria e famiglia) sembrano incarnarsi perfettamente nei Goupi, che al termine della vicenda ritrovano l’unità familiare. Persino il personaggio di “Monsieur”, il dandy frivolo che arriva dalla città ma trova nella campagna il suo ruolo di capofamiglia responsabile, sembra celebrare la parabola di ritorno ai valori contadini auspicata dalla Francia collaborazionista.

L’atmosfera soffocante e claustrofobica, così come i tratti farseschi che spesso la vicenda assume, sembrano tuttavia contraddire queste prese di posizione, e rendono sempre meno credibile l’ipotesi di una celebrazione ingenua dei valori patriottici. Come Becker sottolinea in più occasioni, ciò che tiene unita la famiglia sembrano piuttosto l’avidità e l’egoismo: il denaro, oltre che il pretesto per dare il via all’intrigo drammatico, è infatti l’unico costante interesse di tutti i personaggi (quando Goupi “L’Empereur” perde la parola in seguito ad un malore, la principale preoccupazione è che il vecchio non possa più rivelare dove è nascosto il misterioso tesoro di famiglia).

La regia è sobria ma efficace, e trova i suoi punti di forza nella direzione degli attori e nella costruzione degli ambienti. Le relazioni fra i personaggi e il loro ruolo nella vicenda si concretizzano nella loro collocazione spaziale, e la fattoria diventa un ambiente isolato in cui osservare in vitro il gioco degli egoismi e delle fragilità umane.  Becker posa sulla campagna francese uno sguardo cinico e disincantato, e realizza con Goupi Mains Rouges uno dei suoi lavori più riusciti: abilmente orchestrato e visivamente efficace, il film riesce a demitizzare i valori che apparentemente celebra, e contrasta con astuzia le restrizioni imposte dall’occupazione nazista.

Maria Sole Colombo