Vittorio Cottafavi – Ai poeti non si spara

Il punto d’arrivo del cinema, raggiunto in rari istanti dai grandi fra i grandi: Losey, Lang, Preminger e Cottafavi, consiste nel liberare lo spettatore da ogni distanza cosciente per precipitarlo in uno stato di ipnosi sostenuto da un incantamento di gesti, di sguardi, di infimi movimenti del volto e del corpo, di inflessioni vocali, in seno a un universo di oggetti scintillanti, lesionanti o benefici, in cui ci si perde per ritrovarsi accresciuti, lucidi e pacificati. [...] Losey, Preminger, Cottafavi, Don Weis, Lang, Walsh, Fuller, Ludwig, Mizoguchi soltanto hanno conosciuto in gradi diseguali il segreto di una presa sull’attore e sul décor che Murnau o Griffith non erano in grado di condurre alle sue estreme conseguenze, e che Hawks, Hitchcock, Renoir, Rossellini non hanno fatto che intravedere senza controllarla.

Michel Mourlet, Sur un art ignoré, «Cahiers du Cinéma», n. 98, agosto 1959, pp. 23-37. Traduzione di Adriano Aprà

Fanno un effetto perturbante queste parole di Michel Mourlet, perché sono di una nettezza tragica, assolute e insieme visionarie. E a distanza di cinquant’anni conservano la carica eversiva di uno sguardo che qualcuno chiamò “mistico”. Come tutti i “grandi fra i grandi”, Vittorio Cottafavi non si sarebbe mai aspettato tanti complimenti (Truffaut, Moullet), né certe levate di spade (Mourlet, Adge), ma neppure di diventare un “caso” politico (il suo Fiamma che non si spegne fu platealmente bollato di “apologia del fascismo” a Venezia 1949). Definiva “alimentari” alcuni tra i suoi film più eleganti, toccanti, moderni, celando dietro un orgoglio mite per il suo lavoro (che aveva lottato per avere, e che a ogni film sembrava dover perdere), la coscienza piena di essere, nel 1959, in una fase fortunata (i pepla) di uno sfortunato percorso cinematografico che, con l’entrata in servizio alla RAI nel 1957, si trovava in una fase di passione nettamente “calante”. Concluso il suo rapporto col grande schermo nel 1964 (con il brechtiano tanto orgogliosamente difeso I cento cavalieri), il suo cinema avrebbe vissuto per decenni in maniera quasi clandestina, solo attraverso gli occhi di chi, all’epoca, lo aveva saputo capire, diventando uno dei più clamorosi casi, nella storia del cinema “popolare”, di un regista che ha dato vita ad un rapporto intenso, profondo, quasi morboso di affezione col suo pubblico: per una intera generazione di cinefili, dire di amare od odiare i suoi film funzionava come cartina di tornasole di una sensibilità esclusiva.

Nel selezionare i film abbiamo voluto dare spazio a opere meno note, come il suo esordio I nostri sogni o Lo sconosciuto di San Marino (dove affianca il polacco ebreo, rifugiato in Italia, Michal Waszinsky), o “maledette”, come Fiamma che non si spegne, o lo splendido cappa e spada Il boia di Lilla, per finire con Maria Zef, suo progetto giovanile realizzato a fine carriera per la televisione. Ma non sarà difficile accorgersi che il filo rosso che attraversa questa retrospettiva è costituito dalle grandi figure femminili che Cottafavi ha saputo darci, sia nel melodramma, con i “classici” Una donna ha ucciso, Traviata ’53 e Una donna libera, che nel peplum, con Le legioni di Cleopatra (di queste figure ne troviamo altrettante, e altrettanto importanti, nella sua televisione). Amiamo le donne di Cottafavi perché esse non sono eroine. Non sono vittime dei meccanismi del genere, né della ferocia dell’uomo. Come direbbe Pavese, vanno al di là del dolore e della morte, sono tutte nei gesti che compiono.

Vogliamo considerare questo importante omaggio del Cinema Ritrovato come una delle tappe di un percorso che desideriamo continuare nell’anno secondo della lenta riscoperta cottafaviana (il primo è stato caratterizzato dalla riproposta a Rai3-Fuori orario di molte sue opere televisive e dalla pubblicazione di un numero monografico di «Bianco e Nero» da noi curato, insieme alle retrospettive de “I 1000 occhi” e “Atlantide Cinema”), e che culminerà in un poderoso volume che vedrà la luce l’anno prossimo, complice la Cineteca di Bologna. A undici anni dalla morte, a sessanta dalla tragica uscita di Fiamma che non si spegne, siamo consci dell’unicità del percorso che, insieme a tanti amici e complici, e per Cottafavi, stiamo portando avanti. A tutti loro è dedicata questa retrospettiva.

(Adriano Aprà, Giulio Bursi)

Programma a cura di Giulio Bursi e Adriano Aprà
in collaborazione con CSC – Cineteca Nazionale, Cineteca del Friuli, Ripley’s Film e Cinecittà International