Pioniere del cinema in Unione Sovietica

Programma a cura di Irène Bonnaud e Bernard Eisenschitz

Non è forse una semplice nota in calce alla storia il fatto che fino agli anni Sessanta l’Unione Sovietica abbia contato il maggior numero di registe in attività. L’accesso ai mezzi di produzione e il ripensamento della divisione del lavoro in base al genere non furono processi naturalmente ‘progressivi’, ma decisamente rivoluzionari, e conobbero forti resistenze e battute d’arresto. Le donne venivano indirizzate verso professioni ‘tipicamente femminili’ (attrice, montatrice, sceneggiatrice) e dovettero lottare per essere riconosciute; si specializzarono spesso in film per ragazzi, documentari o cortometraggi; oppure furono relegate al ruolo di ‘mogli di grandi uomini’ e perciò private di un’esistenza autonoma nelle storie del cinema scritte a posteriori (e molto tempo dopo gli anni rivoluzionari, dunque più reazionarie), che tendevano ad attribuire a un ‘lui’ film realizzati in collaborazione o perfino diretti esclusivamente da una ‘lei’... Questo numero così alto di presenze femminili ci ha portati purtroppo a dover escludere dalla sezione Elizaveta Svilova e Julija Solnceva, che scelsero di essere le principali collaboratrici di Dziga Vertov e Aleksandr Dovženko; d’altro canto potremo rivalutare appieno Vera Stroeva, moglie di Grigorij Rošal’, e confermare il talento versatile di Aleksandra Chochlova, indipendentemente dal suo lavoro con Lev Kulešov. Il fatto che prima del 1947 si possano elencare più di dieci registe importanti, altrettante documentariste e alcune animatrici, attesta il profondo impatto della rivoluzione in un paese che si supponeva arretrato rispetto all’Europa occidentale. Alla più famosa, Ol’ga Preobraženskaja, è stato dedicato un esauriente omaggio nell’edizione 2013 del Cinema Ritrovato. Margarita Barskaja è autrice di un capolavoro, non tanto rivolto ai bambini quanto girato insieme a loro, Rvanye bašmaki (Scarpe rotte), e dello splendido Otec i syn (Padre e figlio). Il suo destino tragico (si suicidò nel 1939) non deve metterne in ombra il talento. Lo stesso può dirsi della georgiana Nutsa Gogoberidze, la cui carriera fu troncata da un esilio decennale che tuttavia non le impedì di fondare una dinastia di cineaste e di lasciarci due film recentemente riscoperti e assolutamente sorprendenti, Buba (1930) e Užmuri (1934). Ėsfir’ Šub è una riconosciuta pioniera del film di montaggio, ma non ricorre a materiali d’archivio quello che è probabilmente il suo film migliore, K.Š.Ė. – Komsomol – šef ėlektrifikacii (K.S.E. – Komsomol, lo sponsor dell’elettrificazione, 1932). È stata infine un’autentica sorpresa trovare campioni d’incassi tra i film diretti da donne, come Arinka (1939, 23 milioni di spettatori) e Zoluška (Cenerentola, 1947, 18 milioni) di Nadežda Koševerova, o Podkidyš (La trovatella, 1939, 17 milioni) di Tatjana Lukaševič: fatto che non ci risulta abbia precedenti in nessun altro paese (fino all’arrivo di Kathryn Bigelow). Confinare le donne nel perimetro del cinema per ragazzi e del documentario fu deplorevole, ma l’importanza assunta dai due generi nel cinema sovietico può tutto sommato ribaltare la prospettiva.

Irène Bonnaud e Bernard Eisenschitz

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