La bella gioventù. Renato Castellani

Programma a cura di Emiliano Morreale

 

“Castellani è uno che non arrivi mai a conoscerlo davvero”: così la sceneggiatrice e sua amica Suso Cecchi d’Amico. Troppo spesso identificato con la stagione del calligrafismo o quella del neorealismo rosa, ossia con il ‘prima’ esitante e il ‘dopo’ degenere della grande stagione del dopoguerra, Renato Castellani è uno dei registi più affascinanti, e meglio invecchiati, del cinema italiano tra anni Quaranta e Cinquanta. Ma l’attenzione della critica nei suoi confronti è stata episodica e saltuaria, senza veri studi approfonditi nemmeno in Italia. Castellani esordisce giovanissimo con le opere forse più radicali e conseguenti della scuola cosiddetta ‘calligrafica’. Un colpo di pistola (1942) e Zazà (1943) sono film in costume di sontuosa messa in scena, di struggimento e di morte, e La donna della montagna un tipico mélo claustrofobico, realizzato a cavallo tra la caduta del fascismo e la Liberazione.
Il suo gusto squisito scopre nel dopoguerra gli ambienti contemporanei e popolari, e Castellani diventa il cantore di una nuova gioventù, di un’innocenza quasi al di là del bene e del male. Fortemente erotizzati dal suo sguardo, i corpi maschili e femminili segnano una via non ideologica, sensuale e sottilmente estetizzante, del neorealismo. Dopo lo straordinario esito della trilogia popolare (Sotto il sole di Roma, 1948; È primavera..., 1950; Due soldi di speranza, 1952, Palma d’oro a Cannes ex aequo con l’Otello di Welles), Castellani vincerà il Leone d’oro con un adattamento di Romeo e Giulietta, uno dei suoi film meno interessanti, nell’anno della battaglia tra La strada e Senso. E questo certo non lo aiuterà nei suoi rapporti con la critica. A proposito di Due soldi di speranza Pietro Germi scrisse: “Due soldi di speranza è il più bel film fatto in Italia. È profondamente ingiusto che i critici si siano dimenticati di Castellani. È una responsabilità della critica”. Maurizio Grande considera il film un “pilastro portante nella analisi della posizione e del ruolo della famiglia nel cinema italiano di un decennio (1950-1960)”.
Ma la seconda metà del decennio vede ancora due notevoli opere di Castellani: I sogni nel cassetto (1957), finissimo ultimo ritratto di giovani alle soglie del boom, e un prison movie al femminile in cui trionfa Anna Magnani (Nella città l’inferno, 1959). Riscoperto solo di recente, invece, il valore di un film come Il brigante (1961), nel quale il suo cinema si rinnova profondamente. Negli anni Sessanta, Castellani è una figura sempre più fuori posto. E così, come molti altri (da Blasetti a Cottafavi a Soldati) si dedicherà alla televisione: le sue biografie di Leonardo da Vinci (1971) o di Giuseppe Verdi (1983) sono oggi da leggere in parallelo e in contrapposizione con quelle di Roberto Rossellini, come modello di spettacolo didattico per le masse.

Emiliano Morreale