La parte di Vichy, il cinema francese sotto l’occupazione

Du côté de Vichy, du côté de Paris...

Dal 1940 al 1944, nella Francia occupata sono stati prodotti duecentoventi lungometraggi di finzione. Una produzione rigidamente controllata che avrebbe dovuto contribuire a instaurare “l’ordine nuovo” proclamato dal Maresciallo. Lo Stato, attento e zelante, ha sorvegliato il funzionamento del cinema francese e, sia nella zona libera (sotto il controllo di Vichy) che nella zona occupata (controllata dai tedeschi), la produzione di film ha funzionato nei tre grandi centri di attività cinematografica durante l’Occupazione a Parigi, Marsiglia (studi di Marcel Pagnol) e Nizza (studi della Victorine). Durante tutta la guerra, la censura ha proibito tutto ciò che potesse ledere l’immagine della Francia e del suo esercito, e le leggi razziali hanno escluso gli ebrei dalla professione. Durante i quattro anni della guerra, il Comité d’Organisation de l’Industrie Cinématographique ha approntato delle strutture la cui maggior parte rimarrà al suo posto alla Liberazione, al momento della creazione del Centre National de la Cinématographie. Dal 1940, la produzione si trova presto depauperata di cineasti eminenti (Clair, Duvivier, Renoir, Ophüls si stabiliscono negli Stati Uniti, Feyder in Svizzera) e di divi amati dal pubblico (Jean Gabin, Michèle Morgan, Louis Jouvet, Jean-Pierre Aumont) ma riparte rapidamente sulla costa, prima che a Parigi, dove la situazione è diversa. La Continental Films, società francese dai capitali tedeschi, viene creata alla fine del 1940, sotto la direzione di Alfred Greven, che lavora negli studi della UFA di Berlino dall’inizio degli anni Trenta. Ha la reputazione di un personaggio inflessibile, addirittura caratteriale e diviene ben presto il principale garante del cinema a Parigi. Elabora rapidamente un vasto programma che dà origine a un âge d’or per il cinema francese. Durante tutta l’Occupazione, gli spettatori affluiscono nelle sale, i film li distolgono dalle loro inquietudini e dalla loro tristezza. Le produzioni anglofone sono proibite e malgrado il sostegno pubblicitario, i film tedeschi o italiani attirano modeste quantità di pubblico mentre le realizzazioni francesi, anche le più insignificanti, polverizzano i record di entrate.
In questa parentesi di quattro anni nella storia del cinema francese, sono favoriti gli adattamenti letterari, gli esempi di teatro filmato, gli intrighi polizieschi, sentimentali o melodrammatici. 

In termini di cinema di finzione, pochissima propaganda. Di contro, il genere documentario è uno degli strumenti di propaganda riutilizzati dal governo di Vichy, dai collaborazionisti e dall’occupante nazista. Nel 1940 si instaura una guerra di propaganda per interposte immagini. Poi, dal 1943, vedono la luce dei film di Resistenza girati nelle vicinanze immediate degli scontri armati ma non vengono diffusi nei circuiti tradizionali.

Dal mese di luglio del 1940, i film di «interesse nazionale», distribuiti obbligatoriamente nei cinema della zona Sud, sono investiti del compito di diffondere i grandi temi della Rivoluzione nazionale: «Lavoro, Famiglia, Patria». Questa propaganda deve innanzitutto incitare, come un leitmotiv, al raggruppamento e all’unione di tutti i francesi intorno al Capo, il Maresciallo Pétain.

In seguito, nel 1941, i documentari realizzati in occasione delle grandi mostre hanno aperto la strada e dato il la. Per i tedeschi della Propaganda Abteilung e dell’Ambasciata, si tratta di escludere gli oppositori alla Germania conquistatrice e alla costruzione della nuova Europa che sarà propizia soprattutto ai lavoratori. L’unico nemico si chiama l’«anti-Francia». L’odio che abita questi film si alimenta degli stessi vivai di Vichy, ma si esprime in termini di razze, di Francia europea e di Europa sociale.

(Eric Le Roy)

Programma e note di Eric Le Roy (CNC-Archives Françaises du Film)