One Way Passage

Tay Garnett

T.It.: Amanti Senza Domani; Sog.: Robert Lord; Scen.: Wilson Mlzner, Joseph Jackson; F.: Robert Kurrle; Mo.: Ralph Dawson; Scgf.: Anton Grot; Co.: Orry-Kelly; Mu.: Leo F. Forbstein; Lnt.: William Powell (Dan Hardesty), Kayfrancis (Joan Ames), Aline Macmahon (Contessa Barilhaus), Frank Mchugh (Skippy), Warren Hymer (Sergente Steve Burke), Frederick Burton (Il Medico); Prod.: Warner Bros. Pictures / The Vitaphone Corporation; Pri. Pro.: New York, Settembre 1932; 35mm. D.: 68′. Bn.

 

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

One Way Passage è il momento di massima realizzazione nella carrie­ra di Tay Garnett, nel quale il vitalismo garnettiano incontra tutto il fer­vore e la viltà del romanticismo melodrammatico. Un uomo condanna­to a morte (William Powell) incontra durante una traversata oceanica una donna (Kay Francis) che a sua volta è malata terminale. La coppia è quanto di più improbabile ci possa essere in un film hollywoodia­no – e proprio per questo sono fatti l’uno per l’altro. Nessuno dei due inizialmente conosce il destino dell’altro, e dopo, quando ne sospetta­no e poi ne vengono a conoscenza, l’argomento non deve essere sfio­rato né con le parole, né con i gesti. In questa cassa di risonanza le emozioni nascono, si frantumano, eppure persistono nel tempo. La prospettiva della fine che è nell’aria potrebbe senza dubbio diventare facilmente opprimente, però così non accade, nemmeno per un momento. Al contrario, eleva l’emozione ad un livello puro e fresco. L’aspetto melodrammatico e persino la comicità diretta – sullo sfondo della fauna di personaggi degenerati, tipico di Garnett – innalzano l’in­sieme ad una fascinazione suprema, al di sopra del mondo e delle sue stupidaggini, in una propria dimensione che ritrova l’innocenza.

Fin dal primo incontro, Powell e Francis celebrano il loro fragile inter­mezzo rompendo i bicchieri di champagne. Tale è anche, in modo incontestabile, l’immagine finale del film quando i due non ci sono più, senza ulteriori chiarimenti ma in maniera definitiva. Il lieto fine enigmatico, perché così Tay Garnett l’ha realizzato, mette alla prova il senso di giustizia intorpidito dello spettatore dato che le persone per­bene non “si congiungono” – e forse perché Tay Garnett, regista di questo film sulla bontà, vuole dopotutto dare l’ultima parola alla vita. Jean-Charles Tacchella coglie bene questa impressione quando scri­ve: “In Garnett c’è qualcosa di raro, a volte persino d’inusuale come in Lubitsch e Borzage. I grandi registi sono quelli che trasformano alcuni frammenti dei loro film fino a farli diventare più reali della vita vera. Tay Garnett, che operava nell’universo hollywoodiano artificiale e di facili stereotipi, aveva questo talento di esprimere in modo ini­mitabile la felicità ed il fascino del momento vissuto. Voltò le spalle in maniera risoluta alla drammaticità e al sentimentalismo esagerati – e anche alla morte, come se avesse voluto ignorarla del tutto”.

Peter von Bagh

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