LE QUAI DES BRUMES
Sog.: dall’omonimo romanzo (1927) di Pierre Mac Orlan; Scen. Dial.: Jacques Prévert; F.: Eugen Schüfftan; Op.: Louis Page, Marc Fossard, Henri Alekan; Mo.: René Le Hénaff; Scgf.: Alexandre Trauner; Mu.: Maurice Jaubert; Su.: Antoine Archaimbaud; Int.: Jean Gabin (Jean), Michèle Morgan (Nelly), Michel Simon (Zabel), Pïerre Brasseur (Lucien), Robert Le Vigan (Michel Krauss, il pittore), Edouard Delmont (Panama), Aimos (Quart-Vittel), Marcel Pérèz (il camionista), René Génin (il dottore), Jenny Burnay (la ragazza di Lucien), Roger Legris (il fattorino dell’albergo), Claude Walter, Martial Rebé, Marcel Melrac; Prod.: Grégor Rabinovitch per Ciné-Alliance; Pri. pro.: 18 maggio 1938
DCP. D.: 91′. Bn
Scheda Film
Gli schermi rigurgitavano di commedie – musicali o no – brillanti, ricche di sole, di gioia e di comparse. Ed ecco che arrivavo io, con il locale notturno vuoto, la nebbia, il grigiore, le strade bagnate dalla pioggia e illuminate da fiochi lampioni! Per fortuna, era troppo tardi per modificare tutto, ammesso – e non era nemmeno il caso di pensarlo – che Jacques [Prévert] e io accettassimo di farlo. Del resto, mi sentivo appoggiato da Gabin, il quale mi dava una sicurezza che nasceva unicamente dalla sua disponibilità e dal suo aiuto. Le riprese iniziarono, come previsto, il 2 gennaio 1938 a Le Havre, senza che alcun taglio fosse ancora stato effettuato. Il freddo era terribile. (…) Naturalmente, avevamo contato sulla nebbia, che invece mancò all’appuntamento. Trauner e Schüfftan decisero di sostituirla artificial-mente bruciando una specie di catrame in grandi recipienti metallici. (…) [Trauner] eccelleva nella costruzione di ambienti “in falsa prospettiva”. Per esempio, una via di trenta metri, una volta trasferita sullo schermo, dava l’impressione di essere quattro volte più lunga, impiegando evidentemente lo strumento adatto e cioè un obiettivo con focale corta. L’effetto nasceva dalla sistemazione e, soprattutto, dalla proporzione degli edifici che formavano la via: i primi erano di dimensioni normali o decisamente più piccoli, tutti gli altri che seguivano diminuivano progressivamente sia in altezza sia in larghezza; a seconda della lunghezza della strada, gli ultimi raggiungevano due o anche solo un metro di altezza. La pavimentazione su un piano inclinato, che risaliva verso il fondo, aiutava a migliorare l’illusione ottica.
(Marcel Carné, Gusto di vita, Longanesi & Co., Milano 1982)
Il porto delle nebbie ha segnato il cine-ma francese ad un punto tale che quando Godard presentò Fino all’ultimo respiro, ventidue anni dopo, si trovarono degli aspetti in comune fra Gabin il disertore e Belmondo l’assassino in fuga, come fra i due film. Accadrà lo stesso per Il ribelle di Algeri [di Alain Cavalier] dove Delon sarà paragonato a Gabin. E accadrà probabilmente ancora lo stesso ogni volta che appariranno sullo schermo dei personaggi che, in un momento o in un altro, sono tagliati fuori dalle loro radici e tentano di sfuggire al loro passato rifugiandosi in un amore appassionato; come le scenografie dove il grigiore, la pioggia, il selciato luccicante, le albe lugubri rendono visibili la fatalità e la certezza della sconfitta.
Robert Chazal, Marcel Carné, Seghers, Parigi 1965