PaseŻerka

Andrzej Munk

T. it.: La passeggera. T. int.: Passenger. Sog.: Zofia Posmysz. Scen.: Zofia Posmysz, Andrzej Munk. F.: Krzysztof Winiewicz. M.: Zofia Dwornik. Scgf.: Tadeusz Wybult. Mus.: Tadeusz Baird. Int.: Aleksandra Śląska (Liza), Anna Ciepielewska (Marta), Janusz Bylczyński (kapò), Anna Gołębiowska (prigioniera), Barbara Horawianka (infermiera), Anna Jaraczówna (kapò), Maria Kosciałkowska (Inga Weniger), Andrzej Krasicki (membro della commissione). Prod.: Zespół Filmowy Kamera.
35mm. D.: 64′. Bn.

info_outline
T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

 

Paseżerka è il quarto e ultimo film di Andrzej Munk, rimasto incompiuto a causa della morte improvvisa del regista in un incidente automobilistico. Inizialmente i suoi collaboratori non vollero metter mano al materiale, ma poi ci ripensarono: i loro contributi estremamente sensibili e intelligenti a un film profondamente originale furono al contempo un’opera di ricostruzione e un tentativo di comprendere il processo creativo dell’amico scomparso. La natura incompiuta del film, magnificamente conservata dagli amici di Munk, riesce perfino a rendere più intenso e sottile il risultato finale, soprattutto se si pensa ai tanti film sui campi di concentramento che sono caduti nella trappola del semplicismo o della volgarità: la tematica dei lager è quasi impossibile da affrontare sul grande schermo. Nella cinematografia polacca Paseżerka ha un importante precedente, L‘ultima tappa di Wanda Jakubowska (1947), frutto di una testimonianza in prima persona. Per certi versi Munk riesce a trasmettere le stesse sensazioni ed è forse il miglior film di finzione sui campi di concentramento nell’indagare il complesso rapporto tra vittima e carnefice, e uno dei migliori in assoluto insieme al documentario di Resnais, Notte e nebbia (1955). Dissero i collaboratori di Munk: “Non abbiamo voluto chiarire quello che lui non aveva chiarito. Non abbiamo cercato conclusioni quando non eravamo certi che fossero anche le sue. Non abbiamo tentato di chiudere una struttura lasciata aperta dalla sua morte. Volevamo solo decifrare la sua opera così com’era, insieme al pubblico, conservandone le lacune e le reticenze, come si decifrerebbe un manoscritto reso frammentario dal tempo o dalle circostanze, arrivando così alla sua essenza chiara e vibrante. Andrzej Munk è un nostro contemporaneo. La sua memoria e la sua angoscia ci sono vicine. Non abbiamo osato cercare di indovinare le risposte verso cui si stava orientando, ma forse riusciremo a ripetere gli interrogativi che si poneva”.

Peter von Bagh

 

Copia proveniente da