LAND OF THE PHARAOHS

Howard Hawks

Sog., Scen.: William Faulkner, Harry Kurnitz, Harold Jack Bloom; F.: Lee Garmes, Russell Harlan; Mo.: Vladimir Sagovsky; Scgf.: Alexandre Trauner; Co.: Mayo; Eff. spec.: Donald Steward; Mu.: Dimitri Tiomkin; Su: Oliver S. Garretson; Ass. regia: Paul Helmick, Jean-Paul Sassy (non accred.); Int.: Joan Collins (Nellifer), Jack Hawkins (Cheope Khufu), James Robertson Justice (Vashtar), Alexis Minotis (Hamar), Dewey Martin (Senta), Sydney Chaplin (Treneh), Kerima (Nailla), Luisella Boni (Kyra), James Hayter (Mikka), Piero Giagnoni (Zanin); Prod.: Howard Hawks per Continental Company-Warner Bros.; Pri. pro.: 24 giugno 1955
35mm. D.: 104′. Col

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

“È Il fiume rosso, ancora e sempre. Il Faraone è il barone del bestiame, i suoi gioielli sono le sue mandrie e il Nilo è il fiume rosso. Ma la cosa bella di Howard è che sa di fare lo stesso film e sa come farlo” (William Faulkner).
Robin Wood completa il commento di Faulkner riassumendo bene in che modo La regina delle piramidi si inserisca nella corrente principale delle opere di Hawks: “… un gruppo chiaramente definito, qui la razza schiava; l’evoluzione di un giovane che giunge alla maturità attraverso l’esperienza (Dewey Martin, come in Il grande cielo); l’immediato antagonismo sessuale tanto frequente nelle commedie di Hawks; il modo in cui la piramide finisce per ossessionare il Faraone (Jack Hawkins) è paragonabile all’ossessione di John Wayne per il bestiame da trasportare in Il fiume rosso; per entrambi, una volta intrapresa una linea d’azione, diventa impossibile tornare indietro senza perdere la faccia, e i film tracciano il conseguente irrigidimento dei personaggi fino all’inflessibilità”.
Le conclusioni di Wood sono giuste (“In teoria dovrebbe essere uno dei film più importanti di Hawks, ma Hawks è il meno teorico dei grandi registi”), eppure ci troviamo di fronte a un film abbastanza interessante da cancellare la necessità di decidere se sia un successo o un fallimento. In primo luogo il Faraone, con tutto il suo potere (secondo Alexandre Trauner, “Hawks vedeva il faraone come un magnate di Hollywood”), è forse il personaggio più vulnerabile di Hawks: è quello più prigioniero di un’illusione. Tra tutti i progetti hawksiani questo è il più gigantesco, un vasto organismo di parti che interagiscono, e in quanto tale una sfida all’ingegnere che Hawks era stato. Per risolvere il mistero della costruzione delle piramidi assunse la persona più adatta che si possa immaginare: Alexandre Trauner, le cui scenografie, da Il porto delle nebbie e Amanti perduti a L’appartamento e M. Klein, attraverso La regina delle piramidi, sono tra le vette della storia del cinema.
Ma persino con questa squadra fantastica, i problemi (e non solo quello famoso: “non sapevamo come parlassero i faraoni”) si rivelano insolubili. Gli interpreti inglesi (“quegli idioti”) non rispondono adeguatamente alla sfida di Hawks che chiede agli attori di diventare persone e viceversa (aspetto cruciale nei suoi film migliori). Il personaggio di Joan Collins (“tragédienne pour snack-bar” – Godard) potrebbe essere malvagio e noir, ma come eroina hawksiana è un fiasco. Eppure sopravvive una palpabile sensazione di tragedia: gli anni passano, portando solo sangue e lacrime; invecchiano tutti, per trovarsi improvvisamente ad affrontare una lugubre storia di alienazione nella quale prevalgono solo la routine e la crudeltà; la gioia, mai presente nella vita della gente comune, ha abbandonato l’esistenza; e persino il lavoro e le sue motivazioni hanno perso significato cedendo all’avidità, all’egoismo e al gelido calcolo.
(Peter von Bagh)

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