KHESHT O AYENEH

Ebrahim Golestan

T. alt.: Mudbrick and Mirror. Scen.: Ebrahim Golestan. F.: Soleiman Minassian. M.: Ebrahim Golestan. Int.: Zackaria Hashemi (Hashem), Taji Ahmadi (Taji), Jalal Moghadam, Masoud Faghih, Parviz Fannizadeh (uomini nel caffè), Manouchehr Farid (il poliziotto), Mohammad Ali Keshavarz (il dottore rapinato), Jamshid Mashayekhi (il poliziotto con il braccio rotto), Mehri Mehrnia (la donna delle rovine), Forough Farrokhzad (la passeggera del taxi). Prod.: Golestan Film Studio. DCP.

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

Primo vero capolavoro moderno del cinema iraniano, Khesht o Ayeneh esplora i temi della paura e della responsabilità all’indomani del colpo di stato.
Il primo film di finzione di Golestan, che nel titolo allude a una poesia di Farid al-Din Attar (“Ciò che i vecchi vedono in un mattone/ i giovani vedono in uno specchio”), mescola sogno e realtà reagendo al nuovo clima sociale, al fallimento degli intellettuali e all’onnipresente corruzione. Nel cinema iraniano era anche la prima volta in cui si usava il suono in presa diretta, con un’estrema attenzione per i suoni ambientali (enfatizzati dall’assenza di una colonna sonora) che ben si accorda all’uso claustrofobico dello formato panoramico.
La lavorazione iniziò nella primavera del 1963 con una troupe di sole cinque persone e una sceneggiatura incompiuta. Il punto di partenza fu l’unica parte già scritta, quella dell’autista e la donna tra le rovine, poi le riprese continuarono con scene improvvisate tra le bancarelle di verdura nel mercato di Teheran. La rottura della lente anamorfica mentre veniva girata una scena nel Palazzo di Giustizia segnò una battuta d’arresto. Il 5 giugno 1963, mentre la troupe aspettava l’arrivo di una nuova lente dalla Francia, scoppiò una protesta contro l’arresto dell’Ayatollah Khomeini che acuì l’atmosfera di tensione e paura descritta nel film. Quando la lavorazione riprese, ci vollero cinque settimane per girare le scene nella stanza di Hashem (che corrispondono a 40 minuti della versione finale del film), mentre le scene nel commissariato e nell’orfanotrofio necessitarono di altre quattro settimane. La prima si tenne il 12 gennaio 1966 al cinema Radio City di Teheran. Il film rimase in cartellone per tre settimane, ma fu poi bocciato dalla critica che lo definì “pseudoartistico” e “pretenzioso”. Chi lo considerava un film realista restò confuso davanti ai lunghi monologhi dei personaggi. Jonathan Rosenbaum ha definito lo spirito del film “un misto di Dostoevskij ed espressionismo”. La forma del soliloquio riflette sia l’ammirazione di Golestan per Orson Welles, sia la tradizione orale e il frequente uso della metafora nella cultura persiana.

Da: University of Chicago Film Studies Center. Restaurato nel 2015 dalla copia 35mm di distribuzione del Film Studies Center