IMITATION OF LIFE

John M. Stahl

Sog.: dal romanzo omonimo di Fannie Hurst. Scen.: William Hurlbut. F.: Merritt Gerstad. M.: Philip Cahn, Maurice Wright. Scgf.: Charles D. Hall. Mus.: Heinz Roemheld. Int.: Claudette Colbert (Beatrice Pullman), Warren William (Stephen Archer), Rochelle Hudson (Jessie Pullman), Ned Sparks (Elmer Smith), Louise Beavers (Delilah Johnson), Fredi Washington (Peola Johnson), Baby Jane (Jessie Pullman bambina), Alan Hale (Martin), Henry Armetta (il pittore), Wyndham Standing (il maggiordomo). Prod.: Carl Laemmle Jr. per Universal Pictures. 35mm. D.: 111’. Bn.

info_outline
T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

Gli americani sanno che il “Make America great again” di Donald Trump significa “Make America white again”, una nostalgia per i repressivi anni Cinquanta, quando Eisenhower passava molto tempo giocando a golf, proprio come Trump, mentre i neri – se c’erano – al massimo portavano le mazze. Questa era l’America che nel 1959 accolse calorosamente Imitation of Life di Douglas Sirk, e quando lo vidi io, in un cinema dell’Alabama per soli bianchi, ero circondato da rispettabili signore in lacrime davanti al messaggio profondamente conservatore del film sulla virtù di saper stare al proprio posto. E così, quando negli anni Settanta i marxisti da salotto mi dissero che il film era un esempio di straniamento brechtiano, mi ricordai che il film era uscito in pieno movimento per i diritti civili, quando le amare ironie di Sirk erano fin troppo sottili per incidere sullo status quo. Come osservò lo stesso Sirk, “Imitation of Life è un film sulla condizione dei neri prima dello slogan ‘nero è bello’”. Questo in Alabama non è brechtiano, è fifa pura e semplice.
Venticinque anni prima, l’adattamento originale di John Stahl dell’allora recente romanzo (1933) di Fannie Hurst aveva anch’esso un’impronta conservatrice, ma dato che la Depressione era un’epoca molto più progressista dei conformisti anni Cinquanta, oggi viene percepito come un film di ben più larghe vedute. La cuoca nera – Delilah (Louise Beavers) nell’originale, Annie (Juanita Moore) nel rifacimento – che si trasferisce a casa dell’eroina bianca non può dirsi una sua pari ma almeno è una socia in affari, e il titolo del film è forse meglio illustrato dal suo sorriso artificioso, sfoderato a comando per figurare sul marchio delle rinomate frittelle. La figlia, che grazie alla pelle chiara si fa passare per bianca, è significativamente interpretata da un’attrice nera (Fredi Washington) anziché da una bianca (Susan Kohner nel film di Sirk), mentre la madre è sensibilmente più scura, rendendo molto più netti e onesti i termini esistenziali della discussione. E anche grazie alla bravura di Claudette Colbert l’umorismo della versione di Stahl è molto più umano e meno cinico, rispecchiando in ciò lo spirito aperto degli anni Trenta, quando, come osservò il critico Manny Farber, “tutte le forme erano legittime”.

Jonathan Rosenbaum

Copia proveniente da