GIULIO ANDREOTTI. LA POLITICA DEL CINEMA

Tatti Sanguineti

Sog., Scen.: Pier Luigi Raffaelli, Tatti Sanguineti. F. (intervista a Giulio Andreotti): Elio Bisignani. M.: Germano Maccioni. Prod.: Istituto Luce-Cinecittà · DCP

 

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

Giulio Andreotti era un uomo pragmatico. Per questo eccelse nelle cose del quotidiano e nelle passioni della domenica della gente comune, come il cinematografo, lo sport, il calcio. Quando, un anno e mezzo dopo la sua nomina (31 maggio 1947, IV governo De Gasperi) a dominus delle pratiche del cinema, gli fu portato in re-visione il film della Rank The Glory of the Sport sulle Olimpiadi di Londra del 1948, si irritò per come i vincitori rappresentavano i vinti, gli italiani. Nella parata inaugurale che apre il film celebrativo è inserita addirittura Malta, lo scoglio maledetto che grazie al radar inventato da Marconi, aveva inabissato il 90% dei nostri aerei (gli aquilotti di Mattòli e Sordi) e silurato le nostre navi (“arrivati vivi in Africa, morire era più difficile”, ricorda Monicelli). Andreotti, dunque, blocca per motivi di ordine pubblico il film della Rank, ma senza togliere né i maltesi né i pakistani. Fa aggiungere un po’ di medaglie azzurre, che invece poche non erano: eravamo terzi.
Capisce che oltre al ripescaggio in serie A della Triestina, oltre alla nazionalizzazione della scommessa sportiva, la Sisal diventa il Totocalcio (l’inafferrabile dodici), organizzare le Olimpiadi può fare comodo.
Ci metterà dodici anni per portare a Roma i cinque anelli di De Coubertin, “la gloria del diporto”. Organizza convegni, demolisce baracche, edifica strade, palaghiacci, trampolini, velodromi, villaggi per atleti.
Andreotti mescola questi progetti a sogni felliniani, viaggi e trasferte. Incontra il Ferraniacolor e Reza Pahlevi, disciplina le spose di guerra e i pompieri di Viggiù. Narra di Chaplin, di De Sica, di Rossellini, di Visconti, di Fabrizi. Indovinate quale di questi giganti stava sui calli al men che trentenne sottosegretario, humili genere natus? Al sottosegretario, del teatro e di Ghiringhelli assai poco importava. Mandava De Pirro, firmava le scartoffie, erogava le sovvenzioni. Se poteva, non ci andava neanche De Pirro. E inoltre, Silvana Pampanini, Wilma Montesi e Salvatore Giuliano, il progetto che Andreotti dissuase. Perché lui, figlio di poveri, rispettava il capitale: i film li dissuadeva prima, non li carcerava dopo.
Parlando del ‘caso Montesi’, di come cioè Andreotti avesse imparato a stare in guardia e a fabbricarsi degli archivi, ci sono dentro al racconto un condizionatore d’aria e una foto che non si trova, ma l’abbiam tenuto lo stesso. Il primo film finiva con un twist, il secondo con un gioco di parole che mescola la giovinezza e l’ombra della morte.
Se invece volete un aforisma, eccolo: “il Quo Vadis? fece per l’Italia più del Piano Marshall”.

Tatti Sanguineti

 

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