Addio ad Agnès Varda

“Iconoclasta? Perché no! Non ho mai rispettato né le norme né le categorie, e per tutta la mia vita non ho fatto altro che abbattere le frontiere fra fiction e documentario, fotografia e video, analogico e digitale, colore e bianco e nero. Mi sento artista e cineasta, mescolo le cose, confondo i generi, non rispetto i formati, le durate, attraverso tutti i mezzi di espressione visuale”
(Agnès Varda)

 

 

Se ne è andata, alla bella età di novant’anni, Agnès Varda. La prima (e finora unica) donna a ricevere un Oscar alla carriera, una voce unica nel coro nouvelle vague. Nata fotografa, Varda per oltre settant’anni ha girato film con lo stesso contagioso piacere, senza distinzioni tra generi, formati, durate, fiction o verité. Un cinema in prima persona, singolare, fatto di di luoghi, di strade, di attese, lo sguardo che si fa all’occorrenza femminista e sociale, senza perdere in libertà poetica. Una grande signora del cinema che negli anni ha portato sullo schermo i volti, le vite, i pensieri di tante altre donne, sempre ascoltando la loro ‘voce’ e la propria volontà di autrice, senza cedimenti a nessun vincolo esterno: la parigina Cléo nelle due ore d’attesa di un arduo referto medico, la senzatetto Sandrine Bonnaire chiusa nel suo irriducibile rifiuto del mondo, la lettura lieve e lirica della ‘sorellanza’ femminista in Une chante l’autre pas, la giovane moglie che fa di Le Bonheur uno dei grandi film dimenticati e da riscoprire del cinema francese.
“Il sentimento, così raro al cinema, di trovarci alla presenza di un’opera che obbedisce soltanto alla volontà del suo autore senza dipendere da vincoli esterni”: così scriveva André Bazin salutando nel 1955 il magnifico esordio di Varda, La Pointe courte (restaurato del 2013 dalla Cineteca e presentato dalla stessa regista al Cinetema Ritrovato di quell’anno). Parole che potrebbero essere pronunciate ancora oggi, vibranti della stessa verità, per Visages Villages, il film candidato all’Oscar che Agnès ha realizzato nel 2017 insieme all’artista (poco più che trentenne) JR e che la Cineteca di Bologna ha prensentato in Piazza Maggiore al Cinema Ritrovato 2017, e ha successivamente distribuito nelle sale italiane e pubblicato in Dvd: una straordinaria performance umanista e un’interrogazione sul valore sociale dell’immagine.

 

Please accept preferences, statistics, marketing cookies to watch this video.

 

Esattamente un anno fa, in concidenza con l’uscita di Visages villages, abbiamo dedicato ad Agnès Varda (che con Bologna, la Cineteca e il suo laboratorio di restauro ha costruito negli anni un rapporto di affettuoso scambio e frequentazione) un’ampia retrospettiva, CineVarda. Nel 2013 Agnès, a Bologna per la presentazione al Cinema Ritrovato del restauro di La Pointe courte, è stata protagonista di una memorabile lezione di cinema, affiancata da un gigante della passione cinefila, anch’egli purtroppo scomparso, come Peter von Bagh.

 

Please accept preferences, statistics, marketing cookies to watch this video.

 

 

Biografia

Agnès Varda nasce a Bruxelles nel 1928, da madre francese e padre greco. Trascorre l’adolescenza a Sète, piccola città portuale nel sud della Francia, che sarà teatro del suo primo film, La Pointe Courte (1954). A Parigi studia all’École du Louvre, lavora come fotografa per Jean Vilar e per il Théâtre National Populaire, quindi si unisce alla nouvelle vague nascente, coté rive gauche (quella di Resnais e Marker), che da subito riconosce nella Pointe Courte un film seminale e antesignano. È la sola donna del gruppo (molti anni dopo, non le dispiacerà la denominazione “nonna della nouvelle vague”), e rispetto ai compagni di strada mantiene un’indipendenza teorica e poetica, che la porta a praticare con grande libertà generi e formati, con costanti andate e ritorni tra lungo e cortometraggi e progressivo superamento dei confini tra finzione e documentario.
Nel 1958 gira L’Opéra-Mouffe, “taccuino d’una donna incinta” e dei suoi vagabondaggi intorno alla rue Mouffetard, venti folgoranti minuti di volti, di strade e di soave surrealismo. Con il suo primo lungometraggio, Cléo dalle 5 alle 7, due ore nella vita d’una giovane parigina in attesa d’un temibile referto medico, firma il suo film più vicino al ‘canone’ nouvelle vague, ma anche uno dei più personali di quella gloriosa stagione. Seguono racconti di vita matrimoniale tra punti di crisi e nuove armonie, tra tenerezza e crudeltà, Le Bonheur (1964) e Les Créatures (1966).
Nel 1974 compone con Daguerréotypes uno straordinario “album di quartiere” dedicato alla strada parigina nella quale ha sempre vissuto, rue Daguerre; il film in 16mm è uno dei grandi documentari moderni, per il quale la critica parla dell’invenzione di “un nuovo genere, l’antropologia dell’affetto”. L’une chante, l’autre pas (1976) è l’appassionato contributo di Varda al cinema femminista, nel solco di Simone de Beauvoir: “Donna non si nasce, si diventa”.
Da due soggiorni americani che la portano a contatto con il fermento off-Hollywood, a fine anni Sessanta e primi Ottanta, nascono Mur murs, documentario sui murales di Los Angeles, e Documenteur, cronaca (appena velatamente autobiografica) dello sradicamento d’una donna francese, temporaneamente separata dall’uomo che ama e sola in America insieme al figlio. Il ritorno in patria, nel 1982, consegna Varda al suo più ampio successo di pubblico, Senza tetto né legge, vita e morte di una ragazza alla deriva nel freddo d’una Francia opaca e respingente. Il film vince il Leone d’oro a Venezia. Gli anni Ottanta e Novanta sono segnati da intensi ritratti personali, il dittico dedicato all’amica Jane Birkin, Jane B. par Agnès V. e Kung-fu master, e Garage Demy, dove nel 1991 Agnès rievoca, “senza retorica e con molta emozione”, la giovinezza innamorata di cinema di Jacques Demy, suo compagno d’una vita, scomparso nel 1990. Continua instancabile a girare film diversi per formato e misura, sempre più interessata alla cronaca umanista e all’osservazione poetica / politica del mondo. Produttrice in proprio fin dagli anni Cinquanta con Ciné-Tamaris, Varda è riuscita a mantenere intatta negli anni la propria indipendenza, e i diritti sui film propri e di Demy.
La scoperta delle videocamere digitali offre nuovo vigore alla sua ispirazione: Les Glaneurs et la glaneuse (2000), racconto-documentario sul popolo che cerca tesori o sussistenza rovistando nelle campagne o tra la spazzatura delle città, ottiene critiche entusiaste e riconoscimenti internazionali. Accoglienza ancora più calorosa attende nel 2008 Les Plages d’Agnès, disincantata ricerca del tempo perduto, tra frammenti dei propri film e volti e voci della propria vita, cercati, ritrovati, o andati per sempre e rievocati.
Nel 2003, alla Biennale di Venezia, firma alcune installazioni visive che inaugurano una nuova fase della sua vita artistica. Nel 2017 è la prima regista donna a ricevere l’Oscar alla carriera. Ha vissuto fino all’ultimo in rue Daguerre, in una casa-laboratorio fatta di stanze che si articolano intorno a una corte interna. I “Cahiers du cinéma” nel 1962 parlavano di lei come di un’esteta e una gauchiste. Visages Villages, nel 2018, non smentisce la definizione.

(dal libretto del cofanetto Dvd Visages Villages, Edizioni Cineteca di Bologna 2018)

 

 

Filmografia

Cortometraggi
1957: Ô saisons, ô châteaux
1958: L’Opéra-Mouffe, Du côté de la côte
1959: La Cocotte d’Azur
1963: Salut les cubains
1965: Elsa la rose
1967: Uncle Yanco
1968: Black Panthers
1975: Réponse de femmes
1976: Plaisir d’amour en Iran
1982: Ulysse, Une minute pour une image
1984: Les Dites Cariatides, 7 P., cuis., s. de b…
1986: T’as de beaux escaliers, tu sais…
2003: Le Lion volatil
2004: Ydessa, les ours et etc…
2015: Les trois boutons

Lungometraggi
1954: La Pointe Courte
1961: Cléo de 5 à 7 (Cléo dalle 5 alle 7)
1964: Le Bonheur (Il verde prato dell’amore)
1966: Les Créatures
1969: Lions Love (… And Lies)
1970:: Nausicaa
1975: Daguerréotypes (documentario)
1976: L’une chante, l’autre pas
1980: Mur murs (documentario)
1981: Documenteur
1985: Sans toit ni loi (Senza tetto né legge)
1987: Jane B. par Agnes V.
1987: Kung-fu master
1990: Jacquot de Nantes (Garage Demy)
1992: Les Demoiselles ont eu 25 ans (documentario)
1993-95: L’Univers de Jacques Demy (documentario)
1994: Les Cent et une nuits (Cento e una notte)
2000: Les Glaneurs et la glaneuse (La vita è un raccolto, documentario)
2002: Deux ans apres (documentario)
2006: Quelques veuves de Noirmoutier (documentario, montaggio adattamento dell’installazione Les Veuves de Noirmoutier)
2008: Les Plages d’Agnès
2010-2011: Agnès de ci de la Varda (documentario)
2017: Visages Villages (con JR)

 

 

Approfondimenti