Qualcosa per cui vivere: il cinema di George Stevens

A cura di Ehsan Khoshbakht

Theodor Adorno disse che “scrivere poesie dopo Auschwitz è un atto di barbarie”. Paradossalmente, il coinvolgimento di George Stevens e le riprese da lui realizzate durante la liberazione di Dachau aggiunsero un peso poetico al suo mondo, fino ad allora occupato da argomenti più leggeri. C’è anche un altro aspetto da considerare: se uno Stevens non avesse filmato i campi di concentramento, il filosofo non avrebbe potuto vederli e giungere a una ferma conclusione sulla natura del mondo in cui viviamo. In altre parole, come ha suggerito Jean-Luc Godard, “se George Stevens non avesse utilizzato la prima pellicola 16mm a colori a Dachau, la felicità di Elizabeth Taylor non avrebbe forse mai trovato un posto al sole”. Stevens, consapevole del paradosso, confermò che girare film come A Place in the Sun e Il diario di Anna Frank era proprio “come fare il vigile urbano e allo stesso tempo scrivere versi”.
Stevens ha lasciato una produzione profondamente ricca come artista, ed è stato un uomo appassionato che anziché commentare le cose, “le viveva”, per citare John Huston. Era impassibile, laconico, imperturbabile, tanto da essere spesso paragonato a un capo indiano. Maestro inveterato delle lunghe lavorazioni, era incline all’indagine – sia in senso tecnico, sia in senso filosofico – e la sua influenza nel cinema è stata pervasiva ed è ancora oggi percepibile. Faceva molto affidamento sul montaggio, mantenendo una visione ampia e flessibile del film mentre girava. Era pronto ad adottare l’improvvisazione o sviluppi e cambiamenti dell’ultimo minuto. Inoltre, nessun altro regista era più interessato di Stevens alla poetica della ricezione.
Stevens aveva iniziato come cameraman agli Hal Roach Studios girando delle comiche di Stanlio e Ollio per poi diventare un fuoriclasse della regia e uno specialista della commedia negli anni Trenta (Swing Time). Regista, sceneggiatore e produttore, sul set regnava sovrano. La guerra, combattuta e filmata, cambiò la sua visione del mondo (Something to Live For). Questa nuova maturità intellettuale, unita alla scioltezza e al brio che gli erano peculiari, offrì a Stevens terreno fertile per una serie di capolavori che, insieme a una panoramica delle sue opere dei tardi anni Trenta e dei primi anni Quaranta, costituiscono il fulcro di questa retrospettiva. Lasceremo il mondo di George Stevens con Alan Ladd che abbandona la vallata in Shane. Per quanto abbia il sapore di un addio, questo congedo è anche carico di una gloriosa umanità, un messaggio chiaro con cui il film parla al mondo attraverso personaggi sempre in cerca di qualcosa per cui vivere. Questa retrospettiva è stata preparata tra un lockdown e l’altro, in momenti in cui i film di Stevens sono diventati essi stessi, per me, qualcosa per cui vivere.

Ehsan Khoshbakht

Il Cinema Ritrovato desidera ringraziare George Stevens Jr. per il suo generoso aiuto e il suo sostegno durante la preparazione di questo omaggio.

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