DAWSON CITY. FROZEN TIME

Bill Morrison

Scen., F., M.: Bill Morrison. Mus.: Alex Somers. Prod.: Madeleine Molyneaux, Bill Morrison per Hypnotic Pictures, Picture Palace Pictures, in associazione con ARTE – La Lucarne, con la partecipazione di The Museum of Modern Art. DCP. D.: 120’. Bn e Col.

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

La storia viene raccontata usando i film della collezione. È un cinema del mito e al contempo cinema che si fa mito.

Bill Morrison

Dawson City, Yukon, Canada. Tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti, ultimo avamposto della civiltà yankee (in preda alla febbre dell’oro), al di là una terra gelata, dove nacquero molte fortune americane. C’è una sala cinematografica e i film arrivano, con anni di ritardo; poi però rispedire indietro le pellicole è troppo costoso. A fine anni Settanta, scavi in quella che era stata una piscina e poi un campo da hockey ne riportano alla luce un piccolo giacimento, preservato nel ghiaccio. In molti casi, si tratta di film dati per perduti. Bill Morrison, che già nel 2002 con Decasia aveva dedicato un poema visivo alla pellicola nitrato, usa il found footage, accompagnato dall’ipnotica colonna sonora firmata da Alex Somers, per montare una “travolgente ballata sugli anni della corsa all’oro, fatta di newsreel, comiche e melodrammi; il suo discorso stabilisce un parallelo tra gli anni pionieristici del cinema e l’insediamento americano nella sua più remota frontiera, e allo stesso tempo tra i cercatori d’oro di allora e gli archeologi del cinema perduto. Una visione olistica e affascinante della storia nordamericana” (Sophie Mayer, “Sight and Sound”). La visione ha la grana delle fotografie d’epoca cui il montaggio infonde la vita della narrazione e della Storia: mentre un’America nasceva nelle strade violente di New York, un’altra (o la stessa) America nasceva lassù, alla confluenza di Yukon e Klondike, dalla trinità civile di bordello, banca e cinema. Li guardiamo con il fiato sospeso, questi fantasmi convocati a raccontare la propria lontana avventura, aspettandoci di vedere spuntare tra il fango e la neve Charlot che sogna l’oro, o piuttosto i già sconfitti McCabe e Mrs. Miller; quel che vediamo è l’impressionante trasformazione d’un paesaggio, dragato dall’impeto di un capitalismo giovane e vorace. I film riesumati dal ghiaccio ci vengono offerti in frammenti veloci, ripetuti, ossessivi, integri o guasti, talora usati come uno scherzo alla Kulesov (la stessa inquadratura d’una telefonata assume in base al contesto significati diversi), talora persino capaci di certificare una solenne verità storica (il campionato del 1919 fu veramente truccato dai Black Sox). A congedarci è l’immagine, la più antica di tutte, di una ballerina che danza leggera tra gli arabeschi della propria corruzione, ingannevole promessa che la magia del cinema durerà per sempre.

Paola Cristalli

 

La recensione su Cinefilia Ritrovata

Intervista al regista Bill Morrison

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