WILD ORCHIDS

R.: Sidney Franklin. S.: Willis Goldbeck, dal racconto Heat di John Colton. Sc.: Hans Kraly, Richard Schayer. F.: William Daniels. M.: Conrad A. Nervigi. In.: Greta Garbo (Lillie Sterling), Lewis Stone (John Sterling), Nils Asther (Principe de Gace). P.: Metro-Goldwyn-Mayer. L.: 2750 m. D.: 100’ a 24 f/s.

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

“Pure, a suo modo, Wild Orchids è un film squisito, nel senso sontuoso e un poco cimiteriale di certi film alle soglie del sonoro. È un gioco d’ombre di ricercata e mutevole eleganza, dove proprio alle ombre vengono affidati i momenti chiave: la seduzione tra la viaggiatrice Garbo e Asther, principe giavanese, è lo sfiorarsi delle loro ombre, o il proiettarsi dell’ombra dell’uno sul corpo dell’altra; il marito intravvede la verità scorgendo le loro silhouettes nella cornice d’una finestra illuminata; e quando infine Garbo sogna l’amante nel suo sonno inquieto e carico di desiderio, l’immagine del viso di lui si sovrimprime al suo cuscino (ci fosse qui anche solo un cenno dell’anarchica dolcezza di un amour fou, potremmo persino pensare a L’Atalante). Nota Charles Affron che Wild Orchids è il film dove ogni singolo contesto visuale è chiaramente pensato e costruito per esaltare il viso e il corpo della diva: sia che Garbo sfoggi la sua eleganza occidentale posando al centro di un gruppo di piccole cameriere orientali, sia che accetti coraggiosamente di calarsi nel costume giavanese (che la rende sinistramente simile al Valentino vestito di perle di The Young Rajah, o alla moglie cinese in The Letter di Wyler, terribile icona di gesso, bistro e scaglie d’oro, peraltro intepretata da un’attrice scandinava), sia che le sue spalle nude e la sua schiena avvolta nel sarong si staglino nella cornice d’una porta. Non molto decide, qui, la regia di Sidney Franklin, e il fascino freddamente kitsch di Wild Orchids è dunque piuttosto il risultato dell’armonia tra la luministica esperta di William Daniels e i costumi di Gilbert Adrian, che qui incontra per la prima volta la ‘donna divina’ destinata a diventare per lui musa e feticcio”.

Paola Cristalli, Cinegrafie, n. 10, 1997

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