Track of the Cat

William A. Wellman

T. it.: La belva; Sog.: dal romanzo omonimo di Walter Van Tilburg Clark; Scen.: A. I. Bezzerides; F.: William H. Clothier; Mo.: Fred MacDowell; Scgf.: Alfred Ybarra, Ralph S. Hurst; Co.: Gwen Wakeling; Mu.: Roy Webb; Su.: Earl Crain; Int.: Robert Mitchum (Curt Bridges), Teresa Wright (Grace Bridges), Diana Lynn (Gwen Williams), Tab Hunter (Harold Bridges), Beulah Bondi (Ma Bridges), Philip Tonge (Pa Bridges), William Hopper (Arthur Bridges), Carl Switzer (Joe Sam); Prod.: Robert Fellows, John Wayne (non accreditati) per Warner Brothers; Pri. pro.: 27 novembre 1954 35mm. D.: 102’ a 24 f/s. Col. 

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

Un film che si piazza bene nella classifica delle opere più singolari presenti al festival (ed è allo stesso tempo uno splendido acquisto per la sezione “Alla ricerca del colore dei film”). L’idea originale viene da un progetto che Wellman aveva accarezzato a lungo: fare un film in bianco e nero a colori. È un western, ma molto più radicale nelle scelte e più arrischiato di un qualunque film artistico di matrice europea. Wellman voleva rendere visibili i sentimenti dei personaggi attraverso una scala di colori estremamente ridotta, capace quindi di rispecchiare il loro isolamento emotivo e spirituale: “Il simbolo del film era la pantera nera, perché rappresentava tutto il male che si trova in Robert Mitchum. La pantera che alla fine l’avrebbe ucciso. Con una discreta, ingenua presunzione avevo anche deciso di non mostrare mai il momento in cui Mitchum viene ammazzato”.

Con moltissime panoramiche e inquadrature lunghe, La belva è un film che sfrutta fino in fondo la caratteristica più originale del CinemaScope, usata qui per descrivere uno spazio ristretto (la casa da cui sembra impossibile uscire come ne L’angelo sterminatore) e quindi, sostanzialmente, per illustrare un territorio della mente e delle emozioni. Il tema principale del film è quello di una ricerca esistenziale, quello dell’inanità dell’uomo di fronte alla presenza schiacciante della natura, della neve e delle montagne. È un teatro da camera con una limitatissima gamma di colori, soprattutto bianchi, grigi, neri, più l’esplosione rossa della giacca di Mitchum. Mitchum, che proprio con Wellman aveva interpretato il suo primo ruolo da protagonista ne I forzati della gloria (1945), qui è “l’arrogante ed egoista Curt”, Beulah Bondi è “la fredda, ipocrita matriarca di una famiglia inquieta”. Bosley Crowther, uno dei più accreditati critici dell’epoca, descrisse giustamente il film come “una sorta di dramma western alla Eugene O’Neill (…). Ci sono momenti in cui la presenza ingombrante e oscura dell’egoismo umano fa il suo ingresso in scena come una raffica fredda di vento invernale (…). Nel finale, un senso di frustrazione tragica traspare dallo schermo del CinemaScope, mentre l’ombra di un personaggio o’neilliano luccica ai suoi bordi”.

Il direttore della fotografia, William Clothier, aggiunge ancora un altro punto di vista: “Non mi era mai capitato di vedere una bellezza del genere, una sorta di bellezza nuda e cruda. Quando Bill e io abbiamo visionato la pellicola appena arrivata dal laboratorio di stampa, siamo rimasti a guardarla rapiti. C’eravamo riusciti. Era un fiore, un quadro, una visione, un sogno realizzato. Un disastro artistico, alla fine, anche economico e molto wellmaniano”.

C’è una spiegazione per questa sconfinata liberta concessa dalla produzione al regista in quel momento. Prigionieri del cielo era stato un tale successo che John Wayne, produttore di quel film, aveva dichiarato che Wellman avrebbe potuto girare qualsiasi cosa subito dopo, “anche l’elenco del telefono”. Per nostra fortuna, invece di quello, Wellman scelse una storia di Walter Van Tilburg Clark (lo stesso di Alba fatale).

Peter von Bagh

Copia proveniente da

Per concessione di Batjac Productions