THE GRAND DUCHESS AND THE WAITER

Malcolm St. Clair

S.: dalla commedia La Grande-duchesse et le garçon d’étage di Alfred Savoir. Sc.: Pierre Collings. Adatt.: John Lynch. F.: Lee Garmes. In.: Adolphe Menjou (Albert Durant), Florence Vidor (Gran Duchessa Zenia), Lawrence Grant (Gran Duca Peter), André Beranger (Gran Duca Paul), Dot Farley (Prascovia), Barbara Pierce (Henriette), Brandon Hurst (Matard), William Courtright (Blake). P.: Famous Players-Lasky Corp. 35mm. L.: 1880m. D.: 82’ a 20 f/s.

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

“Chi è il regista?”

“è uno nuovo che abbiamo appena preso dalla Warner Bros. Si chiama Mal St. Clair.”

“St. Clair!” esclamai. “Ha fatto i film di Rin Tin Tin con Darryl Zanuck. È un regista di cani!”

Walter insisteva che ci voleva più abilità a dirigere un cane che un attore, ma non ne ero convinto (…).

“Venga e si sieda,” mi invitò Mal. “Abbiamo una grande storia e lei amerà la parte.”

Mi sedetti e in dieci minuti mi convinse che sapeva come fare un film malgrado il suo passato canino. Passammo tutta la mattina a familiarizzare e scambiarci idee sul nuovo film; poi uscimmo per il pranzo. Quando tornammo eravamo praticamente pronti a cominciare le riprese e Mal era il mio regista preferito alla Paramuont. Pochi mesi dopo mi diresse in uno dei migliori film muti che io abbia mai fatto, intitolato The Grand Duchess and the Waiter. Questo film mi lanciò sul gradino più alto della scala di Hollywood.

Adolphe Menjou – M.M. Musselman, It Took Nine Tailors, New York, McGraw-Hill, 1948

 

Precedentemente ad ogni possibile influenza da parte di Lubitsch, St. Clair si era già cimentato nelle tecniche di regia spesso associate a Lubitsch: la capacità di fare lunghi passaggi senza didascalie; la tendenza a diventare satirico quando si occupa di relazioni interpersonali; e soprattutto l’abilità di raccontare storie quando i volti dei personaggi non sono inquadrati e la macchina da presa si concentra invece su altri dettagli. Come per il bel lavoro della macchina da presa legato alle commedie romantiche di Lubitsch, St. Clair aveva già ricevuto le lodi dei critici per la splendida fotografia già dai suoi inizi alla FBO. St. Clair aveva anche incoraggiato le tecniche di recitazione “naturale” nei suoi attori, e l’aveva fatto più di un anno prima che Lubitsch realizzasse The Marriage Circle.

Ruth Anne Dwyer, Malcom St. Clair. His films, 1915-1948, Lanham, Md., & London, The Scarecrow Press, 1996

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