ROMAN HOLIDAY

William Wyler

Sog.: Jan McLelland Hunter. Scen.: Jan McLelland Hunter, John Dighton, Dalton Trumbo. F.: Frank F. Planer, Henri Alekan. M.: Robert Swink. Scgf.: Hal Pereira, Walter Tyler. Mus.: Georges Auric. Int.: Gregory Peck (Joe Bradley), Audrey Hepburn (Ann), Eddie Albert (Irving Radovich), Hartley Power (Mr. Hennessy), Harcourt Williams (l’ambasciatore), Margaret Rawlings (contessa Vereberg), Tullio Carminati (generale Provno), Paolo Carlini (Mario Delani). Prod.: William Wyler per Paramount. DCP. Bn.

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

Tra le nuove ragazze che popolano la commedia romantica anni Cinquanta, la protagonista di Roman Holiday si fa strada per l’impatto d’una fotogenia fiabesca, d’una quasi sovrannaturale eleganza, d’un viso che Roland Barthes definirà “événement”. Il film nasce da una scommessa divistica e da un calcolo di studio. Deve essere una coproduzione, come accade con frequenza nella Hollywood postbellica: i mercati europei hanno riaperto le porte e l’immissione di titoli americani nuovi e vecchi è stata esuberante, condizionata dalla clausola per cui parte dei profitti dovrà essere reinvestito nell’industria cinematografica locale. Roma, anche per via di un’eco internazionale di neorealismo, è un set ideale. A scrivere una storia che deve coniugare struttura di favola e senso dei tempi nuovi viene chiamato il blacklisted Dalton Trumbo, cui fa da prestanome l’amico Ian McLellan Hunter.
William Wyler pare felice di concedere alla sua runaway princess la pur provvisoria allegria che aveva dovuto negare alla jamesiana Ereditiera e alla dreiseriana Carrie, nei mesti capolavori del 1949 e 1952: disegna una città fatta di scale e profondità luminose, organizza l’intero film come una lunga panoramica circolare che attraverso lo spettacolo di Roma conduce al punto di partenza e alla fine del sogno. Intanto Audrey Hepburn sarà precipitata nel cinema italiano, tra barbieri galanti e corse in Vespa, voci che sembrano uscite da Poveri ma belli, bar frequentati da ragazze vistose e giornalisti stranieri in una tutt’altro che irrilevante anticipazione felliniana – d’altra parte, per dare spessore e colore locale, la produzione fa riscrivere certi dialoghi a Flaiano e Suso Cecchi d’Amico (immensa e durevole sarà la ricaduta sull’immaginario turistico). Tanto scenario è quinta di un amore che arriva, procede in crescendo tra contrappunti umoristici, non può compiersi, illanguidirà in ricordo.
Sono gli anni Cinquanta, tra Hollywood e Cupolone, l’innocenza resterà immacolata. Ma è la commedia di un’educazione sentimentale, e la sera della sua giornata romana trova questa ragazza trasformata da silhouette in soggetto, cosciente del proprio desiderio. E così quel sommesso finale d’addio, tutto in sottrazione drammatica, continua a sembrarci non meno struggente, a suo modo, del finale di Casablanca.

Paola Cristalli

Copia proveniente da

Restaurato in 4K da Paramount Pictures Archive presso il laboratorio Technicolor, a partire da un duplicato negativo 35mm