Rain or Shine

Frank Capra

T. it.: Luci del circo; Sog.: dalla pièce omonima di James Gleason, Maurice Marks; Scen.: Dorothy Howell, Jo Swerling; F.: Joseph Walker; Mo.: Maurice Wright; Scgf.: Harrison Wiley; Mu.: Mischa Bakaleinikoff; Su.: John P. Livadary, E. L. Bernds; Int.: Joe Cook (Smiley Johnson), Louise Fazenda (Frankie, “la principessa”), Joan Peers (Mary Rainey), William (Buster) Collier Jr. (Bud Conway), Tom Howard (Amos K. Shrewsbury), Dave Chasen (Dave), Alan Roscoe (Dalton); Adolph Milar (Foltz), Clarence Muse (Nero), Ed Martindale (Mr. Conway), Nora Lane (Grace Conway), Tyrrell Davis (Lord Gwynne); Prod.: Harry Cohn, Frank Capra per Columbia Pictures; Pri. pro.: 26 luglio 1930 35mm. D.: 88’ (versione sonora) e 67’ a 24 f/s (versione muta). Bn.

info_outline
T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

Il circo Rainey allestisce due spettacoli al giorno, “rain or shine”, che piova o che il sole splenda. A dirigerne l’arte varia è Smiley, comico, giocoliere, equilibrista, imbonitore torrenziale: lo interpreta Joe Cook, attore oggi dimenticato ma che nel 1930 ha il nome sopra il titolo, stella della Broadway anni Venti, principe incontrastato degli one-man-vaudeville. Rain or Shine era stato, nel 1928, un suo famoso spettacolo con musica e canzoni; per scelta stilistica o economica, la Columbia taglia sia la musica sia le canzoni, lasciando la sola Singin’ in the Rain (le note immortali di Nacio Herb Brown avevano debuttato l’anno prima, in Hollywood Revue of 1929) a rallegrare i titoli di testa. L’onda sonora che allaga il film, dunque, è solo la parlantina sciolta di Cook, la tempesta del suo wisecracking, battute fulminanti e surreali, che a tratti assumono sfumature marxiane (tra l’attrezzeria e i comprimari che lo circondano, c’è pure una specie di Harpo sdentato); non manca tuttavia a questo early talkie parlatissimo un lato di malinconia, poiché sappiamo che se questo istrione ci intontisce con le sue chiacchiere, è anche per far fronte al fatto che in fondo è un uomo solo, un innamorato senza più illusioni. Il raccontino circense aggira con una certa perizia tanto il mélo quanto il freak, la scrittura di Swerling e Dorothy Howell rende scorrevole un andamento comico di matrice teatrale, la regia ha le sue trovate: in una prima, lunga sequenza sentimentale tutto bascula e oscilla, per farci sentire la precarietà della vita quotidiana sulle ruote d’un carrozzone: e d’altra parte, come nota Joseph McBride, “retrospettivamente, è impossibile non leggere il film come un’allegoria della Depressione, nonostante il soggetto apparentemente leggero […] e Smiley può essere visto come un precursore di Franklin Delano Roosevelt, capace di galvanizzare la demoralizzata troupe con il suo coraggio e la sua energia”.

Paola Cristalli

Copia proveniente da