L’IRA

Eduardo Bencivenga


 

Scen.: Giuseppe Paolo Pacchierotti, da motivi di Eugène Sue; F.: Luigi Filippa; Scgf.: Alfredo Manzi; Int.: Francesca Bertini (Elena), Gustavo Serena (Amedeo Montaperti), Guido Trento (Arturo), Cia Fornaroli (contessa di San Bonifacio), Alberto Albertini (Zefa); Prod.: Bertini/Caesar; 35mm. L.: 1542 m. D.: 63’ a 22 f/s.

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

L’intera serie I sette peccati capitali fu distribuita in Cecoslovacchia all’inizio degli anni Venti e, a giudicare dagli articoli d’epoca, ottenne un vivo successo. Ne esistevano due versioni: una con didascalie ceche, l’altra con didascalie tedesche destinata alle regioni con minoranze linguistiche. L’Archivio di Praga negli anni Quaranta ha ottenuto da un collezionista privato entrambe le versioni: 14 copie su supporto nitrato, riccamente colorate con imbibizioni e viraggi. Le copie derivavano evidentemente dallo stesso negativo. Sono state scelte come base per il restauro quelle con didascalie ceche, inserendo parti delle altre copie quando esse risultavano meno danneggiate o per colmare le lacune della versione ceca. Il primo film della serie, L’orgoglio, è stato inoltre soggetto a una seconda fase di restauro: ne è stata infatti trovata una terza copia, in buono stato, di 1086 m, priva dei titoli di testa e delle didascalie, ma importante per completare la colorazione del film.

Blazena Urgosikova – NFA Praha

I rapporti tra Francesca Bertini e i suoi registi sono sempre stati tempestosi. Già all’epoca di Histoire d’un Pierrot, le liti con Negroni avevano avuto per effetto che il mite gentiluomo a un certo punto le lasciasse campo libero. L’anno successivo, completato il Don Pietro Caruso, Emilio Ghione, che oltre ad interpretare il personaggio di Roberto Bracco era anche il direttore artistico della pellicola, racconta nelle sue memorie che, quando l’attrice si vide per tutto il film avvolta negli stracci della povera Margherita, la figlia dello strozzino, gli fece una tremenda sfuriata. Dove era andata a finire la Bertini testimonial della Maison Paquin? Chi se ne frega del realismo bracchiano, al quale il buon Ghione si era volutamente attenuto? Il film non poteva andare assolutamente in proiezione pubblica. E tanto insistette con Barattolo che Don Pietro Caruso non vide mai la luce. Subito dopo tocca a Gustavo Serena, buon amico fin dai tempi della Film d’Arte, col quale avrebbe dovuto girare Assunta Spina. Lo stesso Serena confessa che, con un piglio che non ammetteva repliche, fu Donna Francesca stessa a dirigersi, intervenendo anche sulle luci e sulle scenografie (con buona pace di Alfredo Manzi); e fu un bene. Forse, se non ci fosse stata la mano della Bertini, se il film fosse rimasto interamente di Serena, non sarebbe divenuto quell’eccezionale capolavoro che ancor oggi ammiriamo, uno dei più bei film del periodo italiano del muto. Forse... Proseguendo, è la volta di Giuseppe De Liguoro, regista con cui la Bertini gira uno dopo l’altro cinque film, due dei quali su soggetto stesso della diva, che si firma Frank Bert. Ma a parte Odette, l’attrice non apprezza il lavoro di De Liguoro: troppo vieux jeu, tanto che durante la lavorazione di Fedora lo caccia in malo modo. Il film lo terminò il buon Serena. Forte della sua posizione, la Bertini chiama a dirigerla nei suoi film successivi l’attore teatrale Alfredo De Antoni, di cui ha apprezzato sulle scene l’interpretazione di Marco Gratico ne La nave di D’Annunzio. De Antoni la dirigerà con successo ne Il processo ClémenceauFrou-FrouTosca. Poi le suggerisce, ora che in seno alla Caesar è stata costituita la Bertini Film, di inaugurare la neonata editrice con sette film tratti dagli altrettanti peccati capitali. Alla Bertini brillano gli occhi ed il suo entusiasmo contagia immediatamente Barattolo, che dà il via libera all’operazione. Nel giro di pochi mesi verranno imbastiti sette canovacci ispirati da novellette, in verità piuttosto labili, di scrittori allora in voga (Eugène Sue, Pio Vanzi, Jean Coty), che formeranno l’ordito dei film. I quali, diciamolo subito, non riscuotono, a leggere le recensioni, giudizi confortanti. Il pubblico però non se ne dà per persuaso e continuerà ad andare a vedere la Bertini. L’attrice, dopo aver accusato il colpo, saggiamente si affiderà a Roberto Roberti, riuscendo a conservare, fino al momento in cui si ritirerà nel 1921, il consenso della sua platea, anche se un po’ ridimensionato. I sette peccati capitali, di cui in Italia, oltre alle copie, si era perso anche il ricordo, sono spuntati fuori dalla Cineteca di Praga. Sono stati restaurati e messi nel programma di quest’anno. Proviamo a rivederli: teniamo presente, però, che si tratta di peccati da lungo tempo prescritti.

Vittorio Martinelli

Copia proveniente da