GESCHLECHT IN FESSELN

Wilhelm Dieterle

T.l.: Sesso in catene R.: Wilhelm Dieterle. S.: Franz Höllering, Karl Plättner. Sc.: Herbert Juttke, Georg C. Klaren. F.: Walter Robert Lach. Scgf.: Max Knaake, Fritz Maurischat. Truc.: Paul Dannenberg. Mus.: Fritz Brunn, Pasquale Perris. In.: Mary Johnson (Hélène Sommer), Wilhelm Dieterle (Franz Sommer), Gunnar Tolnaes (Rodolphe Steinau), Paul Henckels (Geheimrat), Hans Heinrich von Twardowsky (Alfred), Gerd Briese, Hugo Werner Kahle, Karl Goeth, Friedrich Kurth, Arthur Duarte, Anton Pointner. P.: Leo Meyer, Essem-Film GmbH, Berlino. D.: 112’ a 20 f/s.

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

“Si tratta di un ménage piccolo-borghese, perfettamente normale, nel quale ognuno dei partner si trova benissimo nel proprio ruolo. L’uomo lavora fuori, la donna si occupa delle faccende di casa in attesa che il figlio nasca. In questo film, la catastrofe della disoccupazione - benché durante quel periodo la disoccupazione assumesse delle proporzioni davvero disastrose - è prima di tutto un fatto simbolico, è l’evento che giunge a turbare un ordine convenzionale: da quel momento in poi anche la donna dovrà avere un impegno, un lavoro proprio da mostrare davanti agli altri uomini, e mettersi in vendita assieme alle sigarette che offre durante la notte. Quanto al marito, egli perde la sicurezza anonima, istituzionale, del suo ufficio ed è costretto a svolgere un lavoro che lo relega a spettatore della modernità - che è la grande posta sociale nell’epoca della taylorizzazione e della razionalizzazione economica - ma anche a spettatore della “normalità” domestica e della prosperità borghese: egli, infatti, fa il venditore di aspirapolveri porta a porta. Lo statuto del suo crimine merita poi un approfondimento, visto che, dopotutto, è innocente. Difendendo la sua proprietà - la sua donna - dallo sguardo e dalla mano di un altro uomo (il quale sarà vittima di una caduta mortale dopo aver ricevuto un pugno), egli non fa che resistere al declino dell’ordine antico, alla pericolosa liberazione della nuova femmina con un taglio di capelli ‘da maschietto’, la cui immagine si afferma sui giornali e le riviste e il cui spettro ossessiona questa società quanto il timore dell’omosessualità.

Inoltre notiamo come si dispieghi tutto un dispositivo paranoico per avviare gli eroi ad amori omosessuali, sottintesi ma tuttavia espliciti. E il gesto di un uomo che pone la sua mano su quella del compagno di cella è sottolineato come il colmo di ignominia, come la conseguenza di una decadenza per due volte annunciata: la perdita di uno statuto sociale (disoccupazione, caduta nel proletariato) e di uno statuto patriarcale (la casa, la moglie).

Da un lato l’ottimismo ‘malgrado tutto’ espresso dal suicidio della proletaria Mamma Krause di Piel Jutzi, preludio ad un avvenire migliore; dall’altro il realismo disperato dell’operaio disoccupato di Kuhle Wampe, che libera la sua famiglia dal peso di una bocca inutile, il doppio suicidio col gas di Franz e della sua donna, incapaci di sopravvivere al proprio ‘scarto’ sessuale, è forse, in fin dei conti, un gesto che supera questo film modesto e la sua paranoia piccolo-borghese per evocare, con una brutalità sconcertante, la tragedia che attendeva tutta una nazione”.

Noël Burch

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