Fulta Fisher’s Boarding House

Frank Capra

Trad. let.: La pensione di Fulta Fisher; Sog.: dalla poesia The Ballad of Fisher’s Boarding-House di Rudyard Kipling; Scen.: Frank Capra, Walter Montague; F.: Roy Wiggins; Int.: Mildred Owens (Anne of Austria), Ethan Allen (Salem Hardieker), Olaf Skavlan (Hans), Gerald Griffin (marinaio inglese), Oreste Seragnoli (Luz); Prod.: G. F. Harris e David F. Supple di Montague Studios per Fireside Productions; Pri. pro.: 2 aprile 1922 35mm. D.: 15’ a 22 f/s. Bn. 

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

Fulta Fisher’s Boarding House è pieno di malviventi, puttane e ruffiani, il tipo di persone con cui Capra s’era spesso trovato a vivere negli ultimi quattro anni. Ma la scorza di cinismo che s’era costruito addosso non era bastata a cancellare la sua ostinata vena di romanticismo. Così come la sua insofferenza nei confronti delle regole della chiesa cattolica e il suo scetticismo nei confronti dei suoi insegnamenti erano riusciti a eliminare la sua istintiva, quasi mistica, adesione all’etica cristiana. In questo film, basato su una poesia di Kipling, Fulta è una sorta di Maria Maddalena che, per quanto leggera e sfacciata, va incontro comunque alla redenzione cristiana finale, chiudendo il film illuminata “come se fosse ispirata dal cielo”. I personaggi e gli ambienti vengono tutti introdotti da un verso della poesia originale, messo in sovrimpressione su un tableau estremamente ricercato. Con una illuminazione e una composizione della scena che richiamano nettamente quello stile pittorico di cui si potevano già trovare accenni nel giornale universitario [sul cinema] curato da Capra. Uno stile così sofisticato da rendere vane le sue successive pretese di ingenuità cinematografica. Lo stile narrativo è rapido ed ellittico, la direzione degli attori è eclettica, ma coreografica, così da mascherare il più possibile le evidenti mancanze di un set spartano e di un cast raccogliticcio. (…) Il film venne proposto al rappresentante locale della Pathé Exchange, una casa di distribuzione nazionale con sede a New York, e venduto a 3.500 dollari, più del doppio dell’investimento iniziale. Uscì il 2 aprile 1922 allo Strand Theater a Broadway e tenne il cartellone per una settimana assieme ad altri cinque corti, tra cui Giorno di paga di Charlie Chaplin. Secondo Doc Harris [uno dei produttori del film], Fulta venne programmato “in tutte le sale più importanti” e considerato “in qualche modo un film epico”. Su “Motion Picture News” Laurence Reid parlò di un film “sempre emozionante e sorprendentemente riuscito nella caratterizzazione dei personaggi (…) un capolavoro di realismo, pieno di valori drammatici e di spiritualità”. Il “New York Times” scrisse che si trattava “di una versione fedele e riuscita del poema con, in più, un finale fortemente sentimentale che Kipling non sarebbe neppure riuscito a immaginare”. Capra ebbe sempre un debole per Fulta. Negli anni trenta recuperò una copia da Ball e la conservò gelosamente prima di donarla alla Library of Congress. A volte la proiettava anche per gli amici. Intervistato nel 1940 dal “New Yorker” arrivò a dire: “Un film molto melodrammatico, ma niente male”.

Joseph McBride, Frank Capra: The Catastrophe of Success, Simon & Schuster, New York 1992 (edizione rivista, St Martin’s Griffin, New York 2000)

Copia proveniente da

(collezione personale di nitrati di Frank Capra)