BLOOD AND SAND

Rouben Mamoulian

Sog.: dal romanzo Sangre y arena (1908) di Vicente Blasco Ibáñez. Scen.: Jo Swerling. F.: Ernest Palmer, Ray Rennahan. M.: Robert Bischoff. Scgf.: Richard Day, Joseph C. Wright. Mus.: Alfred Newman. Consulente tecnico: Budd Boetticher. Int.: Tyrone Power (Juan), Linda Darnell (Carmen Espinosa), Rita Hayworth (Doña Sol), Alla Nazimova (Señora Augustias), Anthony Quinn (Manolo de Palma), J. Carrol Naish (Garabato), John Carradine (Nacional), Lynn Bari (Encarnacion), Laird Cregar (Natalio Curro), William Montague [Monty Banks] (Antonio Lopez). Prod.: Darryl F. Zanuck per Twentieth Century-Fox. 35mm. D.: 125’. Col. 

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

Capolavoro sul sogno e sulla rovina, Blood and Sand è una tragedia raccontata con la luce e il colore. È il ‘film pittorico’ per eccellenza di Mamoulian, frutto di un complesso studio delle opere di maestri spagnoli come Goya, Velázquez ed El Greco, qui tradotte in tableaux di desiderio, seduzione e morte con l’aiuto dei direttori della fotografia Ernest Palmer e Ray Rennahan che per il loro lavoro in Technicolor vinsero un Oscar. I colori abbondano, eppure a dominare sono ancora l’oscurità dei corridoi, in contrasto con una Siviglia assolata e soffocante, e le ombre che si stagliano più grandi delle figure che le proiettano. Juan (interpretato da adulto da Tyrone Power), morto di fame e analfabeta ma ambizioso, sogna di diventare un matador. Spinto da questa ossessione, dopo un’infanzia breve e difficile ottiene finalmente il successo ma poi perde tutto ciò che ha conquistato – moglie compresa – dopo essere stato sedotto dalla vamp Doña Sol (Rita Hayworth). Il romanzo del 1908 di Vicente Blasco Ibáñez, dal quale furono tratti questo film e il celebre muto con Rodolfo Valentino, è una presa di posizione contro la corrida. Mamoulian conserva quella denuncia ma dipinge la corrida principalmente come un lavoro violento, più o meno come aveva fatto con la boxe due anni prima in Golden Boy. Perfino le immagini isteriche di spettatori assetati di sangue sono trasposte direttamente dal film precedente. La fame è il motivo dominante, fame intesa come bisogno di cibo e come urgenza distruttiva di diventare qualcuno.
Le scene della corrida (la più suggestiva è quella del ranch in cui un giovane Juan corre a petto nudo davanti al toro) sono quasi mute e straordinariamente verosimili. Eppure Mamoulian si astiene in gran parte dal mostrare i combattimenti e ne cattura frammenti solo a fini drammatici. La Plaza de Toros di Città del Messico fa le veci della Spagna, e Budd Boetticher fa da consulente tecnico. Non viene mostrata alcuna uccisione di tori. Si preferisce soffermarsi sul rivolo di vino rosso scuro che esce dalla borraccia di uno spettatore esagitato e cola da una balaustra. La strana serenità con cui il film rappresenta la violenza è accompagnata da un’iconografia religiosa che preannuncia la morte nel pomeriggio.

Ehsan Khoshbakht

La fotografia a colori tende a rendere più brillanti e più banali i colori naturali. Il problema era reagire a questo fenomeno. Mi resi conto che il colore nei film è più vicino alla pittura che al teatro. Se si osserva, per esempio, un mantello cremisi dipinto da El Greco si scoprirà che ciò che a prima vista sembra una massa di colore è in realtà una sottile mescolanza di ogni sorta  di sfumature, con macchie di rosa e azzurro, viola e verde. Così io trattai  il colore come avrebbe fatto un pittore. Inventai quella che divenne nota come Tavolozza Mamoulian. Accanto a me nel teatro di posa avevo un’enorme scatola di pezzi di stoffa – sciarpe e fazzoletti e via dicendo, di tutte le tonalità – di modo che, se un costume o una scenografia avevano bisogno di una pennellata in più di un determinato colore – di un accento cromatico, per così dire –, ero in grado di mettervela io stesso. Avevo accanto a me anche una collezione di pistole a spruzzo, in modo da poter colorare un costume o una scenografia o perfino un attore. Lo scenografo mi aveva costruito una bellissima cappella; e fu davvero sconvolto quando spruzzai ogni cosa con vernice verde e grigia. C’era poi un banchetto, che fu realizzato interamente in bianco e nero. C’erano dei fiori sulla tavola e (naturalmente) le foglie erano verdi. Credo che quando mi videro dipingerle di nero siano andati a dire al signor Zanuck che ero uscito di senno.

Rouben Mamoulian, intervista di David Robinson, “Sight & Sound”, n. 3, estate 1961

Copia proveniente da

per concessione di Park Circus.