A Gentleman of Paris

Harry d’Abbadie d’Arrast

Trad. let.: Un gentiluomo di Parigi; Sog.: dal racconto Bellamy the Magnificent di Roy Horniman; Scen.: Benjamin Glazer, Herman J. Mankiewicz, Chandler Sprague; F.: Harold Rosson; Int.: Adolphe Menjou (Marchese de Marignan), Shirley O’Hara (Jacqueline), Arlette Marchal (Yvonne Dufour), Ivy Harris (Henriette), Nicholas Soussanin (Joseph Talineau), Lawrence Grant (Generale Baron de Latour), William B. Davidson (Henri Dufour), Lorraine MacLean (ragazza del guardaroba); Prod.: Jesse L. Lasky, Adolph Zukor per Paramount Famous Lasky; Pri. pro.: 1 ottobre 1927 35mm. D.: 65’ 

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T. it.: Titolo italiano. T. int.: Titolo internazionale. T. alt.: Titolo alternativo. Sog.: Soggetto. Scen.: Sceneggiatura. Dial.: Dialoghi. F.: Direttore della fotografia. M.: Montaggio. Scgf.: Scenografia. Mus.: Musiche. Int.: Interpreti e personaggi. Prod.: Produzione. L.: lunghezza copia. D.: durata. f/s: fotogrammi al secondo. Bn.: bianco e nero. Col.: colore. Da: fonte della copia

Scheda Film

Harry d’Abbadie d’Arrast fu consulente parigino per A Woman of Paris (La donna di
Parigi) e assistente alla regia per The Gold Rush (La febbre dell’oro). Non è irragionevole dunque collocare i suoi successivi film come regista nel solco della scuola chapliniana, in particolare nella sua variante lubitschiana che proprio da Woman of Paris trae origine. Il titolo stesso di questo suo secondo lungometraggio sembra suggerire l’idea dello spinoff. Anche se, per me, la caustica celebrazione delle baldorie e dei misfatti di un ricco mascalzone (Adolphe Menjou) e la vendetta del suo cameriere (Nicholas Soussanin) fanno pensare piuttosto a Stroheim, in particolare per la meticolosa cura nei dettagli, per quanto qui gli incroci fatali vengano presi molto più alla leggera. Ma probabilmente il riferimento più congruo è quello letterario. Qui il nome da citare è Schnitzler (attraverso il romanzo del 1904 e il lavoro teatrale di Roy Horniman nel 1908, aggiornati dalle secche didascalie di Herman J. Mankiewicz), così come l’allegria forzata e la ricchezza maledetta del successivo Laughter rimanderanno, con la mediazione di Donald Ogden Stewart, a Francis Scott Fitzgerald.

Jonathan Rosenbaum

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