Otto libri sotto le stelle: Intervista a Roy Menarini

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“Il critico deve portare l’opera d’arte in mare aperto”.
Ha esordito così, citando Walter Benjamin, il docente universitario e assessore alla cultura di Parma Michele Guerra. Con lui, sul palco, Giacomo Manzoli dell’Università di Bologna.
L’occasione è stata la presentazione de Il discorso e lo sguardo di Roy Menarini (Diabasis Edizioni, 2018), durante la rassegna Otto Libri sotto le Stelle, mercoledì 27 giugno.
Un libro che parla di cinema e televisione e delle nuove forme della critica: dalla carta stampata al web, dalla cinefilia accademica a quella digitale.
“Mai, come in questo periodo, si fanno così tanti film, si scrive così tanto di cinema e c’è sempre più pubblico. Eppure si parla di crisi”, ha detto Roy Menarini. Ma il cinema non è morto. E nemmeno la cinefilia.

Abbiamo rivolto alcune domande all’autore del libro compiendo un vero e proprio viaggio all’interno del volume. Partendo dai cambiamenti sociali e tecnologici e passando per le serie tv, fino ad arrivare all’analisi di tre grandi critici e di tre film come casi di studio, Roy Menarini ci accompagna all’interno di uno libro che cerca di mettere un punto sulla situazione attuale.

Leggendo questo libro mi sono trovato di fronte ad un linguaggio decisamente più accademico rispetto ad altre sue produzioni: a che pubblico vuole rivolgersi Il discorso e lo sguardo?

Il volume si configura certamente come un ibrido. È un libro di ricerca, nato da diversi saggi scritti in questi anni: effettivamente il linguaggio è accademico, dal momento in cui si cerca di fare il punto, tramite una serie di analisi, sulla critica e cinefilia. L’interesse che può avere un lettore all’infuori dall’ambito strettamente cinefilo può riguardare alcune parti del volume, laddove propongo delle vere e proprie ipotesi critiche, interpretando alcuni film; inoltre, vi è un capitolo in cui rendo omaggio ad alcuni critici italiani, per dimostrare come un critico importante possa essere analizzato alla pari di un grande scrittore.

Nelle prime pagine, sottolinea come la cultura cinematografica pensi sé stessa in crisi perenne: del resto, anche la critica ha spesso formulato questa autoriflessione. Ciò è originato dal mutamento delle condizioni mediali e sociali?

Il cinema, in particolare, è attraversato da continui mutamenti tecnologici che ne ridefiniscono l’identità. Essendo il cinema un mezzo espressivo, risulta talmente legato alla tecnica che – ogni volta in cui quest’ultima muta – mette in discussione il suo statuto; così come la critica, la quale ogni volta sembra trovare difficoltà su come riposizionarsi. Dal canto suo, essa è stata un po’ stravolta dalle novità tecnologiche negli ultimi vent’anni, tanto che oggi è in parte traslocata sul web: quindi, così come il cinema interroga sé stesso, la critica interroga la sua utilità e la sua esistenza nel mondo contemporaneo. Certo, va ricordato che la critica cinematografica si trova in buona compagnia con quella letteraria, musicale e artistica, che svolgono queste riflessioni comuni, sul mezzo e sulle opere, da molto tempo.

Nel capitolo dedicato alla seriefilia, lei cita Glevarec, notando come gli appassionati di serie tv contemporanee non siano militanti, ma esistenzialisti. La mancanza di un approccio militante deriva dal prodotto o da chi ne fruisce? Ed è una condizione destinata a mutare?

La critica seriale è una delle cose più affascinanti, perché si è sviluppata rapidamente, a causa dell’importanza che le serie tv hanno assunto nel mondo contemporaneo. Tra le forme di critica cinematografica che ho analizzato, sembra che le serie se ne portino dietro solo alcune: la critica descrittiva e quella narrativa in primis, non tanto quella stilistica. Uno dei cambiamenti più macroscopici è rappresentato dall’assenza di quella lotta sull’attribuzione di valori, tipica della critica militante. Per intenderci, manca l’idea che una serie – al posto di un’altra – abbia una capacità maggiore di interpretare il presente, di rovesciare le ideologie dominanti, di essere di rottura. Questo non diventa un problema di per sé, ma la serialità televisiva rimane uno dei prodotti contemporanei dell’industria culturale verso cui il critico tende un po’ a seguire le linee che gli vengono date: dice se la serie è bella o brutta, ma non sembra porsi troppe domande sul senso che ha quel tipo di prodotto su quella determinata piattaforma, all’interno del mondo politico contemporaneo. È anche vero che ad occuparsi di serie sono giovanissimi critici, avvicinatisi alla critica sul web: forse si tratta di una generazione meno ideologica e meno propensa a questo tipo di approccio.

Parlando di gamification, lei fa un discorso sulla varietà dei canoni cinematografici nella nostra attualità. Questa molteplicità era presente anche in passato e, se sì, in che modo?

La situazione secondo me si è evoluta così: l’interesse nei confronti del passato del cinema e la costruzione di un canone dell’arte cinematografica risulta il processo di un cinema già maturo. Questo tipo di speculazione sul cinema del passato avviene negli anni ’50 e ’60, quando si iniziano a mettere in chiaro i canoni: il che è buffo, perché i canoni vengono creati dalla cinefilia, la quale a sua volta nasce per sovvertirli (pensiamo ai Cahiers du cinema). Quindi non è che prima non esistesse un canone, ma esso rimase molto legato al modello letterario, ai grandi contenuti del cinema e ai film impegnati. Poi la cinefilia ha proseguito il suo percorso e moltiplicato i suoi canoni e contro-canoni, che nel corso degli anni non fanno che aumentare. Insomma, prima si doveva conquistare il fortino, cioè dimostrare lo statuto artistico del cinema creando un canone; dopodiché, la cinefilia ha teso sempre di più a metterli in dubbio, a cambiarli, ad estenderli.

Arriviamo agli ultimi capitoli, nei quali vengono analizzati i lavori e lo stile di Farassino, Keziche Cosulich. Nei capitoli precedenti c’era una spinta verso il presente e il futuribile, qui si torna ai numi tutelari. Come mai non ha preso in esame dei critici più recenti per analizzare l’evoluzione della critica?

Fondamentalmente, per una mia forma di pudore, nel senso che i critici contemporanei (che pure studio) sono miei colleghi, per questo mio doppio ruolo di studioso e critico. Ovviamente questo non significa che non possa parlare di loro, ma l’osservatore in questi casi deve rimanere un po’ distante. Quindi mi era capitato di fare un saggio su Cosulich, raccogliendo i suoi scritti del periodo triestino; riguardo Farassino, lo considero in parte un maestro. In sostanza, mi piaceva trattare i padri fondatori della critica perché avevo la distanza giusta per farlo.

Nella parte finale, viene proposta un’analisi critica di tre film: Bastardi senza gloria, Django Unchained e Zodiac. Come mai queste scelte?

 Le scelte sono state fatte non solo perché erano film su cui ho lavorato molto negli anni – ancora una volta, c’era un’occasione – ma anche perché avevano più ricchezza potenziale di analisi, in quanto per vari motivi mettono in gioco il linguaggio cinematografico e il senso della rielaborazione del passato. In quanto film dell’epoca postmoderna, lavorano sul cinema del passato, ma parlano anche del cinema come mezzo (perlomeno Bastardi senza gloriae Zodiac). Il primo dei due immagina una contro-storia; il secondo è un film su un serial killer, ma che in realtà ci parla della comunicazione, della messa in scena, delle metafore cinematografiche, al punto che la detection del serial killer non sembra nemmeno così interessante per l’analitico Fincher (così come in Mindhunter). Django Unchainedparla di cinema perché, secondo me, per quanto Tarantino sia considerato un postmoderno, sembra recuperare l’idea di un cinema americano di largo respiro. Sono tre film che, anche se forse meno riusciti di altri, mettono in gioco l’identità del cinema. Noi sottovalutiamo il cinema contemporaneo, tuttavia – anche se non incide nell’immaginario collettivo – esso è in grado di raccontare molto meglio degli altri oggetti dei media la contemporaneità e l’identità del mezzo espressivo.

     

Il volume Il discorso e lo sguardo si può trovare, in questi giorni, anche al  Cinema Book Fair presso la Biblioteca Renzo Renzi.

Introduzione di Fabio Astone
Intervista di Yannick Aiani
Foto: Margherita Caprilli