28/06/2018

‘La dolce vita’ di Giuseppe Amato

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In occasione della presentazione del progetto di ricerca “Producers and production practices in the History of Italian cinema”, che si è tenuto al MAMbo lo scorso 25 giugno, si sono susseguiti una serie di interventi e focus sulla figura del produttore nella tradizione cinematografica italiana. Il progetto di ricerca è anche alla base della mostra “Dream Makers – come i produttori hanno fatto grande il cinema italiano”, organizzata da Cineteca di Bologna con Anica, University of Warwick e AHRC, inaugurata ieri alla Biblioteca Sala Borsa.  

Una figura, quella del produttore, in bilico tra il ruolo di imprenditore e quello di creativo: una  natura duplice, che si inserisce in un più ampio e complesso discorso sul rapporto tra arte ed economia, tra estro creativo e gestione delle risorse. Marina Nicoli, membro del comitato scientifico del progetto, si è spesso occupata di studiare e chiarire questa dicotomia: “In un progetto come il nostro non si può prescindere dal provare a affrontare da un punto di vista teorico chi è il produttore – non è facile – perché i testi sono pochi e poi nella storia del cinema per molto tempo è prevalsa la author theory, per cui il merito creativo veniva totalmente attribuito al regista. Alla luce di questa teoria, il produttore veniva percepito solo come il finanziatore, il capitalista, colui che era capace di raccogliere i mezzi, materiali e immateriali, e che comunque aveva come fine ultimo quello di far tornare i conti. Dunque spesso nello studio della carriera di questi storici produttori incontriamo una sorta di una lotta tra titani – tra il regista che vuole essere lasciato libero di esprimere le proprie idee e il produttore che assume su di sé il rischio.
E la letteratura sul produttore credo debba essere affrontata sulla base di almeno di tre elementi: il contesto sociale – come gli imprenditori, anche i produttori sono a tutti gli effetti il frutto del contesto sociale, l’organizzazione del settore – pensiamo al contesto americano in opposizione a quello italiano e poi l’elaborazione teorica, che ha molto peso sulla percezione collettiva di questa figura. Grazie alla prospettiva dei media studies che si sviluppa a partire dagli anni ’80, inizia un atteggiamento diverso rispetto a questa figura, perché finalmente gli viene riconosciuto anche un ruolo creativo, in un binomio ri-pensato, tra regista e produttore non più di capitalista/autore ma di creatore/creativo”.

Un esempio più concreto e a dir poco appassionante di quanto illustrato dalla Nicoli è stato riportato in sala dalla testimonianza di Maria Amato, figlia dello storico produttore Giuseppe Amato, detto “Peppino”, che ha condiviso retroscena inediti sulla produzione della Dolce Vita di Fellini.
Per chi non ne conoscesse la storia, Giuseppe Amato (il primo dei produttori, in ordine cronologico presentato nella mostra Dream Makers) è stato una figura centrale nella storia del cinema italiano. Diventa produttore di film di ambiente napoletano negli anni venti ed è lui ad offrire, negli anni trenta, la prima occasione cinematografica a Eduardo e Peppino De Filippo; produce anche il primo film diretto da Vittorio De Sica, “Rose scarlatte”, e a finanziare “Umberto D”, è anche il produttore de “La cena delle beffe” e di “Quattro passi fra le nuvole”, di Alessandro Blasetti. Diventa celebre nel dopoguerra, producendo il primo film della serie “Don Camillo” e soprattutto “La dolce vita”. Un produttore molto importante ma quasi dimenticato, basti pensare al fatto che quando si parla della “Dolce Vita” il primo pensiero generalmente va ad Angelo Rizzoli.  
Giuseppe Amato venne spesso descritto come un personaggio istrionico ed esuberante, ma la figlia Maria, in conversazione con Barbara Corsi (membro del comitato scientifico del progetto “Producers and production practices in the History of Italian cinema”), ne ha voluto sottolineare una personalità più complessa:
“Lei ha letto le sue lettere, dunque ha avuto modo di farsi un’idea di mio padre più di chiunque altro. Certamente aveva dei lati pittoreschi, perché era estroverso, ma era un uomo colto e si è dedicato alla produzione con intelligenza e impegno, spendendo la sua salute, anche. Perché la “Dolce Vita” è costata molto, e mio padre si è trovato tra Rizzoli, il produttore, che aveva una visione molto specifica del film, e Fellini che difendeva la sua opera dall’intrusione di qualsiasi persona, sforando dei tempi e nel danaro – cosa che rendeva pazzi tutti quanti. Quindi lui si è trovato a logorarsi, e questo è lampante nelle lettere. […] Ora la produzione è molto stratificata: c’è la distribuzione e ci sono società, co-produzioni… Allora si metteva in gioco il proprio capitale: se ne avevi tanto come Rizzoli, era un discorso, mio padre ne aveva molto meno, quindi non investiva continuamente”.

Barbara Corsi: “Leggendo le lettere mi sono trovata davanti a una personalità del tutto diversa da quella che veniva tramandata in modo, per così dire, pittoresco; anzi di un uomo molto appassionato del suo lavoro e capace di grande intuizione”. Un produttore non sempre capito ma che nel caso della “Dolce Vita”, ha creduto fortemente nel progetto prima di chiunque altro. “Mio padre è morto da quasi sessant’anni – ha replicato la figlia – ed è importante che si comprenda il suo reale contributo alla storia del cinema italiano. Quando ho incontrato lei (Barbara Corsi) ho capito che potevamo fare questo progetto insieme, ho capito che lei andava oltre una certa superficie”. Un lavoro di ricerca scientifica, dunque, ma anche un lavoro di fondato sullo scambio umano, alla ricerca di una comprensione più chiara dell’operato di questi uomini coraggiosi. “Dalle carte mi sono resa conto che finché era in vita non abbiamo compreso alcuni tratti della sua personalità, in particolare la sua grande solitudine”.

Leggendo il carteggio della Dolce Vita, emerge la lotta che Amati ha intrapreso per produrre il film: fu infatti lui il primo a voler fortemente questo  progetto trovandosi a dover contrastare le più svariate resistenze. Una tenacia e una determinazione che poi si sono riflesse anche sulle modalità di promozione del film. Fu infatti Amato a intuire il lancio giusto per La Dolce Vita: farlo uscire subito in tantissime copie, con un prezzo maggiorato degli esercenti. La première del film si tenne a Londra e subito a seguire una modalità di uscita a tappeto su tutte le città capo-zona italiane, un sistema che prese piede solo quindici anni dopo. Una strategia di lancio molto moderna che venne anticipata da una forte attività di ufficio stampa, come confermato dall’intervento della nipote Gaia: “Mio nonno diceva che il film doveva essere lanciato in tante copie, con una pubblicità enorme, perché si trattava di un film destinato a cambiare la storia del cinema – lo diceva lui stesso in una lettera. Diceva che si trattava soprattutto di un film che sarebbe stato difficilissimo da accettare per il pubblico del tempo, senza che lo si preparasse prima  – diceva: – E’ il primo film non biblico e non sugli antichi romani, di così lunga durata e in bianco e nero, dunque se non facciamo qualcosa per preparare il pubblico, nessuno lo andrà a vedere -”.

I carteggi della produzione della Dolce Vita e altri documenti relativi all’attività del produttore Giuseppe Amato sono parte di “Dream Makers – come i produttori hanno fatto grande il cinema italiano” – una mostra alla Biblioteca Sala Borsa di Bologna. La mostra è il frutto della collaborazione tra la Cineteca di Bologna – che ha messo a disposizione i materiali dell’archivio Franco Cristaldi, Anica e il progetto di ricerca britannico “Producers and Production Practices in the History of Italian Cinema”, 1949-1975 promosso dall’Università di Warwick e dalla Queens University di Belfast e finanziato dall’Arts and Humanities Research Council.

Laura Di Nicolantonio