27/06/2018

Il cinema secondo Ingmar Bergman: dialogo con Margarethe von Trotta

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Ingmar Bergman diceva, di sé stesso, “In me ci sono molte donne”.
Chi poteva non raccontarlo, quindi, se non una cineasta come Margarethe Von Trotta?

Una regista che, nel corso della sua carriera, ha puntato il suo sguardo verso l’impegno politico affrontando temi d’attualità e privilegiando, soprattutto, la narrazione al femminile, i moti interiori e le loro profondità.
La regista ha diretto il documentario, Searching for Ingmar Bergman, insieme a suo figlio Felix Moeller e lo ha presentato in questi giorni durante il “Festival del Cinema Ritrovato”.
L’occasione per parlare di Ingmar Bergman come uomo è stata, invece, una lunga chiacchierata che la regista ha avuto martedì 26 giugno, presso l’Auditorium DamsLab, con suo figlio e Jan Holmberg (CEO The Ingmar Bergman Foundation), presentati da Ehsan Khoshbakht (qui il video integrale dell’incontro).
“Fai questo documentario, perché lo conoscevi. Fallo nella maniera più personale possibile”, è stata questa la spinta che Margarethe Von Trotta ha avuto per realizzare questo lungo racconto su di un regista che, oltre ad essere una cineasta tanto amato, era un amico.
“La struttura è nata con il montaggio. E la sfida più grande è stata decidere cosa far vedere e cosa no, visto il costo molto alto dei diritti dei film di Bergman, 18mila euro per un minuto”.
Dai racconti della Von Trotta scopriamo un Bergman che amava abbracciare e toccare i suoi collaboratori e gli attori dei suoi film, che aveva bisogno di sentirsi rassicurato, era ansioso e temeva di non essere in grado di controllare la sua vita. Un uomo che aveva paura della folla, della gente, e che preferiva vedere i film a casa, in televisione o in dvd. Temeva i germi, era ipocondriaco, e non voleva che le finestre in casa venissero aperte perché odiava gli insetti.
“Aveva bisogno di mettere una distanza tra sé e la realtà e per questo è diventato un regista.”
Ma non aveva paura di mettersi a nudo e lo ha fatto raccontando tutte queste sue fobie in film che sono entrati a far parte della storia del cinema. 
E poi le donne. Donne libere, emancipate, che Bergman ha voluto raccontare in mezzo alla natura, letteralmente denudate da ogni vincolo della società.
E, in ultimo, una domanda: Perché realizzare questo documentario proprio ora?
“Era l’opportunità, per me, di rientrare nei suoi film, come un viaggio. Se io sono diventata una regista è stato grazie a lui.”

Leggi l’intervista di Charlotte Micklewright a Margarethe Von Trotta 

     

Fabio Astone

Foto: Margherita Caprilli