10/04/2020

Fuori Cinema | Film in TV (ma da vedere) _ lunedì 13 aprile

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Primi consigli della settimana con grandi nomi del cinema internazionale (Scorsese e Polanski), una garbata opera corale di fine anni ’80 e due pellicole del cinema classico nostrano:

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CAPE FEAR – IL PROMONTORIO DELLA PAURA (1991, 128 min) di Martin Scorsese
[Iris (canale 22), ore 13.40]

Realizzando il remake del thriller di Jack Lee Thompson del ’62, Scorsese ritorna a raccontare il Male. Confrontando un crudele stupratore (De Niro) all’avvocato (Nolte) che l’ha tradito, mostra come la vittima possa essere quasi altrettanto colpevole del carnefice. Il corpo scolpito e tatuato di De Niro è una macchina di violenza che si scatena fino al parossismo nell’ultima parte, secondo un crescendo implacabile. Magnifica la fotografia di Freddie Francis, musica di Elmer Bernstein (che ha arrangiato quella originaria di Bernard Hermann). Cammei dei protagonisti del ’62, Gregory Peck e Robert Mitchum. 
(R.C.)

Approfondimenti

Intervista video a Nick Nolte sul film; critica del film di Roger Ebert (in inglese).

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FIORI D’ACCIAIO (Steel Magnolias, 1989, 118 min) di Herbert Ross
[Rai Movie (canale 24), ore 15.35]

Se volete trascorrere un pomeriggio immaginando di essere dal parrucchiere con le vostre amiche del cuore (non siete obbligate a farvi imbarazzanti pettinature ‘a cofana’ anni Ottanta), questo film, tratto dall’omonima commedia di Robert Harling, è per voi. Come per le sei protagoniste del film non è detto che andrà tutto bene, ma ciò che conta è la solidità dei loro/nostri rapporti di amicizia, la solidarietà che supera opposizioni caratteriali e di principio di fronte ai duri colpi della vita, e, soprattutto, conta la leggerezza e l’umorismo di cui le donne sono capaci. Cast d’eccezione: Sally Field, Julia Roberts, Olympia Dukakis, Shirley MacLaine, Daryl Hannah e Dolly Parton. Il regista, Herbert Ross, grazie al suo talentuoso passato di coreografo e – da non dimenticare – di regista e co-sceneggiatore con Woody Allen, di Provaci ancora Sam (1972), dirige con garbo e sensibilità quest’opera corale, senza mai scadere nella soap opera.
(M.Z.)

Approfondimenti

Discorso di Sally Field durante la cerimonia dell’American Film Institute, per la consegna del premio alla carriera a Shirley MacLaine (2012).

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JURASSIC PARK (1993, 127 min) di Steven Spielberg
[Italia 1 (canale 6), ore 21.20]

Che succede quando lo spettacolo lascia il regno del fantastico ed entra nella vita reale degli spettatori? Il problema alla base di Jurassic Park è più o meno lo stesso de La rosa purpurea del Cairo, e ancor più della Finestra sul cortile, declinato attraverso lo spirito avventuroso del più ‘bambino’ dei grandi registi americani. Comodamente seduti nella loro macchina, i visitatori del Jurassic Park guardano meravigliati lo spettacolo fuori dal finestrino, come in un drive in. Spaventoso e eccitante, ma controllato e sicuro. Finché lo spettacolo, sotto forma di T-Rex, non rompe il vetro, e passa dall’altra parte. Come in Alice attraverso lo specchio, il ribaltamento mette in crisi tutte le certezze, trasforma i cacciatori/spettatori in cacciati/attori. E non è un caso che una delle scene più emozionati del film sia ambientata in una cucina, dove gli essere umani, abituati a essere consumatori, si trovano improvvisamente a ricoprire il ruolo di cibo in attesa di essere consumato.
(G.D.S.)

Approfondimenti

Il making of del film (in inglese) e l’intervista a Steven Spielberg di Mario Calabresi (sottotitolata in italiano).

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LA LUNGA NOTTE DEL ’43 (1960, 106 min) di Florestano Vancini
[Rai 5 (canale 23), ore 22.15]

A partire da un racconto quasi omonimo di Giorgio Bassani, adattato insieme a Pier Paolo Pasolini ed Ennio De Concini, l’esordiente Vancini imbastisce un torbido dramma sentimentale sullo sfondo di un’efferata rappresaglia fascista nella Ferrara repubblichina del tardo autunno 1943, in cui si intrecciano cinismo, viltà e rancorosa violenza. Una vertiginosa ellissi finale ci porta al 1960: la stretta di mano fra vittima e carnefice testimonia della continuità fra l’ideologia fascista e l’ipocrisia del periodo postbellico, in un contesto di rimozione collettiva e di caduta dei valori resistenziali. Splendida la resa fotografica della città estense – magistralmente ricostruita in studio da Carlo Egidi –, livida e cupa come i misfatti che vi si consumano grazie alla profondità di campo e al bianco e nero misterioso ed evocativo di Carlo Di Palma. A completare l’eccellente cast (Enrico Maria Salerno, Belinda Lee, Gabriele Ferzetti e un inedito Gino Cervi nei panni del perfido gerarca Aretusi), un’irriconoscibile e giovanissima Raffaella Carrà, fresca di diploma al Centro Sperimentale.
(A.C.)

Approfondimenti

Dalla Treccani, una scheda del film e un profilo di Vancini; un’analisi del film su “Quinlan.it”; Valerio Binasco legge il racconto di Bassani “Ad alta voce”.

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LE SORPRESE DEL DIVORZIO (1939, 84 min) di Guido Brignone
[Cine34 (canale 34), ore 2.10]

Nel profondo della notte, dal passato remoto della nostra storia e del nostro cinema arriva questa commedia italiana, un pezzo raro che merita la più viva curiosità. Le premesse sono ottime. Guido Brignone è un regista talentuoso e versatile, autore negli anni del muto del thriller-mélo Il quadro di Osvaldo Mars e del fantasmagorico Maciste all’inferno (nonché di una prima, perduta versione di queste Sorprese). La fine degli anni Trenta è un periodo aureo per la commedia sentimentale italiana, che guarda a quel che accade altrove, in Francia e in America, e prende partito per un lieve stile cosmopolita, contro le pesantezze dello strapaese e del sovranismo di regime. Qui, come spesso accade, alla base c’è un vaudeville francese, una scacchiera matrimoniale altoborghese che confonde i ruoli dell’istituzione familiare (padri, nuore, figli, suocere…). Matrimoni, divorzi, rimatrimoni e relative sorprese costituiscono peraltro il canone della grande commedia hollywoodiana, e hollywoodiana veniva considerata la caratura di Massimo Terzano, il direttore della fotografia più autorevole dell’epoca, che Brignone vuole con sé fin dai tempi di Maciste. Sullo sfondo, in riprese dal vero, scintilla il Sestrière: ci tornano così in mente certe innevate commedie americane, Il signore e la signora Smith di Hitchcock (1940), Non tradirmi con me di Cukor (1941)… Chissà: verifichiamo.
(P.C.) 

Approfondimento

Un profilo di Guido Brignone; la voce Commedia di Guido Fink dell’Enciclopedia del cinema Treccani. Il vaudeville di Mars e Bisson: il testo e un recente allestimento per la regia di Mariagiovanna Rosati Hansen.

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L’UFFICIALE E LA SPIA (J’accuse, 2019, 132 min) di Roman Polanski
[Disponibile su iTunes]

Polanski, 86 anni, firma con L’ufficiale e la spia il suo ventitreesimo film. Si è ispirato all’omonimo romanzo di Robert Harris, che firma con lui sceneggiatura. La narrazione si concentra sull’inchiesta del colonnello Picquart, che contro le sue stesse convinzioni riuscirà a stabilire l’innocenza di Dreyfuss. Siamo di fronte a una profonda sapienza cinematografica, nel saper mettere in scena visivamente la fine dell’Otto e l’inizio del Nove, attraverso citazioni pittoriche e fotografiche, e nel saper narrare, in maniera chiara, una vicenda estremamente complessa e travagliata. All’alba dei mass media l’affaire Dreyfuss segnò profondamente l’Europa, secondo Hannah Arendt, fu addirittura l’origine dell’antisemitismo politico. Il film racconta le false accuse, le superficialità giudiziarie, i magistrati corrotti nel nome di superiori interessi nazionali, i media che condannano, senza possibilità di appello. Ma anche che il fango, le falsità, i superiori interessi dello Stato possono essere sconfitti. Polanski ricostruisce con rigore la verità storica e proprio per questo riesce a dirigere un film meravigliosamente contemporaneo. Notevole Jean Dujardin che esce dai ruoli da commedia e dà vita a un personaggio complesso di cui sa mostrare ogni sfumatura, i tormenti, l’integrità, la nobile sete di verità.
(GL.F.)

Approfondimenti

Il pressbook con un’intervista a Polanski; la conferenza stampa a Venezia; lo speciale su Cinefilia Ritrovata; le recensioni di Gianni Canova, Fabio Ferzetti e Alessandro Uccelli; l’affare Dreyfus su Ray Play: la puntata Il tempo e la storia, un dossier radiofonico e lo sceneggiato del 1968.

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Selezione titoli, commenti e approfondimenti a cura di Alessandro Cavazza, Roberto Chiesi, Paola Cristalli, Gian Luca Farinelli e Michela Zegna.