Federico, dal fotoromanzo al fumetto

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“Il soggetto mi piaceva. Dopotutto, il fumetto d’avventure è stato una mia passione, avevo pur lavorato alla Nerbini ai tempi dell’Avventuroso”.

Federico Fellini

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Fin da giovanissimo, Fellini ha amato leggere il fumetto d’avventure, scarabocchiare vignette e proporre a giornali umoristici battute e cartoline satiriche. A Rimini, ancora liceale, comincia a farsi un nome come caricaturista: realizza, insieme all’amico Bonini, ritratti dei divi per il cinema Fulgor e caricature per il pubblico.

“Avevo aperto con Demos Bonini una bottega artistica; sulla vetrina c’era scritto «Febo». Si facevano ritrattini e caricature alle signore anche a domicilio. Io firmavo Fellas, chissà perché, e facevo il disegno: Bonini che era un vero pittore ci metteva i colori», racconta Fellini.

A Roma, nell’immediato dopoguerra, con la bottega Funny Face Shop: Profiles, Portraits, Caricatures riprenderà la stessa attività proponendo ritratti ai soldati americani.

Prima ancora dell’approdo alla sceneggiatura e al cinema, la grande aspirazione del giovane Fellini all’indomani dell’arrivo nella capitale era stata quella di inserirsi nel mondo del giornalismo popolare e nel ’39 una delle prime visite in città fu proprio alla redazione del ‘Marc’Aurelio’, la più importante rivista umoristica dell’epoca di cui egli stesso era assiduo lettore e con la quale riuscirà a collaborare negli anni a seguire producendo numerose vignette ed oltre 700 pezzi scritti.

Ma il dopoguerra è anche il periodo d’oro di un nuovo genere nell’ambito della stampa illustrata: il fotoromanzo.

Nato nel 1946 ad opera di Grand Hotel, edizioni Del Duca, come traduzione in chiave sentimentale e adulta delle storie a fumetti per ragazzi, il fenomeno del fotoromanzo esplose quando, nel 1947, la Mondadori decise di lanciare il settimanale Bolero film sostituendo i disegni con le fotografie e dando vita a quello che sarebbe divenuto “Il cinema dei poveri”.

La possibilità di evasione offerta dai fotoromanzi catturò in poco tempo milioni di lettori bisognosi di sogni a basso costo in quegli anni difficili di uscita dalla guerra. Non stupisce che Antonioni abbia voluto dedicare proprio a questa nuova forma di intrattenimento popolare L’amorosa menzogna, il documentario che sarà d’ispirazione al film Lo Sceicco bianco, almeno nella prima stesura del soggetto.

L’idea iniziale è infatti proprio del regista ferrarese, che aveva inizialmente accarezzato l’idea di farne un lungometraggio di fiction.

Abbandonato da Antonioni, il progetto finisce nella mani del produttore Luigi Rovere che decide di affidare la regia a Fellini anche pensando alla sua precedente esperienza nel mondo del giornalismo umoristico e popolare. Seppure la vignetta fosse una forma narrativa ben diversa dal fotoromanzo, Fellini vi si approccia con uguale verve caricaturale, e proprio la caricatura è elemento fondamentale, vera e propria chiave di lettura del film e tratto ricorrente del cinema felliniano.

I personaggi, a partire dallo sceicco, ma nondimeno i novelli sposi, sono in effetti caricature, il primo nei riguardi del mondo scintillante dello spettacolo e i secondi delle aspirazioni della piccola borghesia di provincia (bersaglio privilegiato, peraltro, dalla redazione del Marc’Aurelio).

Nella gallery, il talento di Fellini per il disegno (dalla Collezione Renzo Renzi conservata alla Cineteca di Bologna)

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