27/07/2021

Il regista e sceneggiatore Paul Haggis protagonista il 28 luglio a Bologna

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Mercoledì 28 luglio, in Piazza Maggiore, il regista e sceneggiatore Premio Oscar Paul Haggis presenterà il film di Clint Eastwood Million Dollar Baby, di cui è sceneggiatore.

Nel pomeriggio, alle ore 16.00, sarà al Cinema Lumière per presentare il suo film Third Person, mentre alle 19.00 sarà al MAST con Nella valle di Elah.

E sempre mercoledì 28, al Cinema Odeon, un fuori programma di 3 film dal Cinema Ritrovato.

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La sera, alle ore 21.45 in Piazza Maggiore (con rimando video alla LunettArena) introdurrà la proiezione del film di Clint Eastowood Million Dollar Baby, di cui è sceneggiatore.

Ma già nel pomeriggio Paul Haggis introdurrà altre due proiezioni: alle ore 16 al Cinema Lumière, quella del suo film del 2013 Third Person; alle ore 19 al MAST, quella del suo film del 2007 Nella valle di Elah.

E sempre domani, mercoledì 28 luglio, fuori programma di 3 film al Cinema Odeon, dalla 35ª edizione del festival Il Cinema Ritrovato, che si conclude oggi: alle ore 15.30, L’uomo caffelatte di Melvin Van Peebles; alle ore 18.30, L’uomo dal cranio rasato di André Delvaux; alle ore 21.15, Il servo di Joseph Losey.

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Mercoledì 28 luglio
ore 15.30, Cinema Odeon
L’UOMO CAFFELATTE (Watermelon Man, USA/1970) di Melvin Van Peebles (97’)

Può essere difficile valutare fino a che punto Melvin Van Peebles abbia plasmato il cinema black, e forse è ancor più difficile misurare la sua influenza sugli artisti afroamericani in generale. Van Peebles è diventato una leggenda e il suo successo è stato visto come una testimonianza di tenacia e fiducia in se stessi. Come minimo Van Peebles rappresenta uno sguardo indipendente e pionieristico che ha costretto gli studios di Hollywood a prendere coscienza di un nuovo approccio alla rappresentazione cinematografica degli afroamericani […]. Fin dal suo titolo Watermelon Man provoca una reazione che attinge alla storia razziale americana e agli stereotipi afroamericani. Sceneggiato come una commedia dallo scrittore bianco Herman Raucher, il film intendeva proporre uno sguardo satirico sul presunto progressismo della concezione borghese di eguaglianza. Nel film è evidente la sensibilità di regista indipendente di Van Peebles. Anche se Watermelon Man ha le sue finezze, Van Peebles – che è sia regista, sia autore delle musiche – punta costantemente alla satira attraverso una pesante sperimentazione visiva e sonora. La trama si incentra su un assicuratore bianco della classe media di nome Jeff Gerber (Godfrey Cambridge, all’inizio truccato da bianco). Fanatico razzista e sessista dichiarato, Gerber un mattino si sveglia e scopre di essere diventato nero […]. L’elemento più memorabile del film è l’interpretazione di Cambridge. Chiamato a sfoderare un umorismo fisico e verbale, insieme al pathos di un uomo emotivamente perduto, Cambridge offre un’interpretazione sempre smagliante in un ruolo piuttosto enigmatico. Per quanto riguarda le specifiche scelte registiche […], una di queste riguarda la metafora visiva del ‘nero che corre’ […]. L’immagine del ‘nero che corre’ ha sia un significato storico (la fuga dalla schiavitù verso la libertà), sia un significato politico (i neri che fuggono dall’egemonia razziale) e serve efficacemente a rivelare i fardelli imposti ai neri da un sistema che non smetterà mai di qualificare e punire il loro essere neri (Melvin Donaldson).

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ore 16, Cinema Lumière
THIRD PERSON (Belgio/2013) di Paul Haggis (137’)
Introduce Paul Haggis

Paul Haggis analizza i propri metodi narrativi in questo ambizioso puzzle-movie in cui le coppie protagoniste di tre storie interconnesse rivelano le diverse facce di una singola psiche, quella dell’autore. Con segmenti ambientati a Parigi, Roma e New York, questo elegante intreccio di storie d’amore contemporanee è un corso accelerato sulla complessità dei rapporti moderni, e si concentra principalmente sui temi della colpa e della fiducia in relazione all’amore. Anche se praticamente ogni momento saliente di questa altalena emotiva dà l’impressione di essere stato preordinato dal suo artefice, il regista lascia aperti all’interpretazione del pubblico alcuni misteri, rendendo l’opera più aperta e matura sotto ogni aspetto. […]
Nei panni del personaggio più simile ad Haggis, Liam Neeson interpreta un premio Pulitzer che tenta di scrivere un romanzo sincero e consapevole sull’Amore (con la ‘A’ maiuscola). Il Michael di Neeson è rintanato in un hotel di Parigi – la moglie assai comprensiva (Kim Basinger) è rimasta negli Stati Uniti – quando arriva la sua giovane amante (Olivia Wilde). Meno diciamo della nuova relazione meglio è, poiché le sorprese cominciano nell’esatto momento in cui lei bussa alla porta. […] Per comprendere l’Amore da diverse prospettive, Haggis aggiunge altre due storie compiutamente strutturate che si svolgono in altrettanti angoli del mondo. […] Ciascuna delle coppie del film a un certo punto subisce l’influenza di un estraneo, una ‘terza persona’, mentre sul piano fondamentale del testo Michael non scrive mai in prima persona, affidando i momenti di introspezione a espressioni come “pensò questo”. […]
Onestà, sincerità e fiducia fungono da temi ricorrenti del film, così come la convinzione dichiarata che “le donne abbiano l’incredibile dono di saper negare qualsiasi realtà” – e tuttavia, che si tratti di un surrogato della vita o di uno strumento per capirla, il film nasce da un’immaginazione maschile, un sesso altrettanto incline a razionalizzare la propria condotta. Tale consapevolezza non sfugge ad Haggis, che in questa sua versione del film-meta alla Charlie Kaufman rinuncia al distacco sardonico in favore di una mossa molto più rischiosa: l’emozione sincera (Peter Debruge).

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ore 18.30, Cinema Odeon
L’UOMO DAL CRANIO RASATO (De man die zijn haar kort liet knippen, Belgio/1965) di André Delvaux (99’)

Come in uno di quei polittici che sapevano dare al quadro una dimensione temporale e nei quali ogni sezione intratteneva con le altre un sapiente gioco di riferimenti incrociati e di riflessi, ci troviamo qui di fronte a un’architettura complessa in cui ogni elemento sostiene gli altri e poggia su di essi. La giovane Eufrazia Veenman, che il protagonista, l’avvocato Govert Miereveld, ama di un amore impossibile con il nome di Fran, appare per esempio solo nella prima e nella terza sequenza centrale, che incorniciano quella dell’autopsia di uno sconosciuto alla quale Govert, già malato, è suo malgrado costretto ad assistere. La rappresentazione della morte segue quella della bellezza (la visione di Fran che canta), e precede la morte della bellezza, quando Govert, sentendo che l’oggetto della sua passione è inaccessibile e allo stesso tempo degradato, decide di uccidere la giovane. […] La grande forza di L’uomo dal cranio rasato sta nel riprodurre oggettivamente un’esperienza interiore, nel mostrarci al contempo il mondo con gli occhi di Govert e Govert stesso […]. Delvaux è a sua volta partecipe della conquista di una nuova dimensione, quella di un realismo interiorizzato (l’anti-Marienbad), dove potrebbero fondersi due correnti del cinema. […] Di un’opera simile possiamo dire che sotto l’aspetto realistico è profondamente romantica, che ogni dettaglio richiama un significato che lo travalica, nel senso inteso da Saint-Pol-Roux quando disse che “il mondo fisico è un vaso colmo di metafisica”. […] Del film di Delvaux si dirà anche che è non solo metafisico ma letterario. Non mi dispiace che questi due aggettivi talvolta scelti per designare il colpo da maestro di un cineasta di quarant’anni siano spesso stati utilizzati per qualificare i quadri di un artista con cui egli intrattiene rapporti evidenti; mi riferisco a Magritte. Delvaux ha riconosciuto questa affinità. […] L’irruzione permanente del mistero nella quotidianità, la fusione dell’astratto e del concreto, del razionale e dell’irrazionale, il punto a metà strada tra esperienza sensoriale e pensiero astratto in cui si annullano le contraddizioni, sono anche le costan ti dell’universo magrittiano. […] Lo stesso legame profondo e minaccioso tra l’essere e gli oggetti, lo stesso potere del sogno, sono presenti nel film, essendo il mondo esterno soltanto l’estensione di ciò che accade nella nostra testa (Michel Ciment).

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ore 19, MAST
NELLA VALLE DI ELAH (In the Valley of Elah, USA/2007) di Paul Haggis (121’)
Introduce Paul Haggis

Nel film di Paul Haggis Nella valle di Elah Tommy Lee Jones è un veterano della guerra del Vietnam ed ex membro della polizia militare, Hank Deerfield, il cui figlio Mike è scomparso dopo aver fatto ritorno in America alla fine di una missione in Iraq. Non è la prima volta che Jones veste i panni di un militare, ma quello di Hank Deerfield è un ruolo che vale una carriera, e l’attore si è spogliato di ogni traccia di vanità per interpretarlo. […] Haggis, lo sceneggiatore e regista di Crash, ha dato prova di scaltrezza: ha messo in scena per via indiretta una critica devastante alla guerra in Iraq. Anziché, poniamo, rendere la disillusione di un giovane soldato alle prese con il caos dell’occupazione ha trasferito quella disillusione nell’anima del padre militare. E il tormento provato dal padre è più toccante perché tenuto a freno dalla naturale reticenza di Jones.
[…] Scrivendo la storia Haggis è partito da un vero omicidio – la morte dello specialista Richard Davis, nel 2003, raccontata da Mark Boal in un cupo articolo di “Playboy” apparso nel maggio del 2004. Lavorando con Boal, Haggis ha cambiato la base militare e il nome della famiglia, ha aggiunto elementi di altre storie vere raccolte da reduci di guerra e ha ampliato il ruolo del padre nella ricerca degli assassini del figlio. Dopo aver chiamato la moglie (la telefonata tra un Jones stoico e una Sarandon sconvolta è un breve tragico film in sé), Hank reagisce al lutto da soldato. Nel motel da quattro soldi rifà il letto con gli angoli alla militare, e usa la sua esperienza di ex agente per scoprire l’accaduto. Il senso della vita di suo figlio, della sua propria vita e perfino della guerra sta forse nella soluzione di quel crimine. Nella sua ricerca ha solo un incerto alleato: Emily Sanders (Charlize Theron), madre nubile e detective della polizia […].
Ai fatti realmente accaduti Haggis ha aggiunto elementi del mito cinematografico. Hank richiama i patriarchi interpretati da John Wayne (in Sentieri selvaggi) o George C. Scott (in Hardcore) nella loro ricerca di figli perduti. E l’invenzione della bella detective che ha bisogno di mostrare il proprio valore può solo essere definita pura Hollywood, anche se il ruolo è delineato con tratto rapido e deciso da Haggis e interpretato con severità dalla tostissima Charlize Theron […]. Che lavorino da soli o insieme, questi due personaggi difficili e solitari formano una buona squadra, ma Haggis, posizionandoli ad angoli insoliti l’uno rispetto all’altro, rispetta la distanza che li separa; anche quando mostrano qualche emozione rinuncia a far leva sui nostri sentimenti. Nell’austero schema del film sono gli unici eroi che ci verranno concessi (David Denby).

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ore 21.15, Cinema Odeon
IL SERVO (The Servant, GB/1963) di Joseph Losey (115’)

Il posto occupato da Dirk Bogarde nel cinema britannico e internazionale è doppiamente centrale e problematico. Da giovane fu un attore estremamente popolare, perfino un idolo delle masse, specializzato in commedie, avventure di guerra e polizieschi. Questa fase, iniziata alla fine degli anni Quaranta e durata poco più di dieci anni, fu seguita da una carriera sempre più importante nel ‘cinema d’autore’, che gli diede una fama internazionale difficilmente conciliabile con l’immagine precedente. L’ascesa di Bogarde in Il servo rappresenta un caso davvero prodigioso, seguito da molti ruoli significativi come attore di fiducia dei migliori registi. Il servo uscì nel periodo in cui emerse lo scandalo Profumo, con le sue squillo e la sua doppia morale, e fu visto come una metafora di rapporti di classe che avevano fatto il loro tempo e meritavano di essere non solo denunciati ma distrutti. L’universo della casa-prigione immaginato da Pinter e Losey, dove il servo ‘divora’ il suo padrone, è stato paragonato all’‘inferno’ di Sartre. Le persone tendono a schiavizzarsi a vicenda trasformando il prossimo in un oggetto di loro proprietà. L’amore e la sessualità diventano strumenti di potere. Indubbiamente il parassita dei rapporti di classe tratteggiato da Bogarde, una carta assorbente che s’impregna della perversione del sistema da molteplici angolazioni, rappresenta uno degli apici della sua carriera. Nella sua analisi dell’opera, Losey si ricollega concretamente all’interpretazione di Bogarde: “Il film parla di un giovane aristocratico che vive ancora nel Diciottesimo secolo e si rifiuta di entrare nel Novecento. Vuole comandare la casa ‘come una madre’ o come una ‘nonna’, e vuole un servo che s’intoni con i ‘vecchi cari oggetti’. Il risultato è che ne assume uno falso e disonesto quanto lui, ma un po’ più realista, quindi più pericoloso. Il servo è un film sullo schiavismo come stile di vita”. Il regista Losey, l’autore Pinter e Bogarde continuarono a esplorare i misteri dello stile di vita inglese e la natura maligna dei rapporti di classe. Prestigiosi successi si susseguirono. L’interpretazione di Bogarde in Il servo fu la sua grande svolta ed è ancora oggi uno dei suoi ruoli più emozionanti e inquietanti (Peter von Bagh).

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ore 21.45, Piazza Maggiore e LunettArena
MILLION DOLLAR BABY (USA/2005) di Clint Eastwood (132’)
Introduce Paul Haggis

Quando ho sentito l’intervista a F.X. Toole alla radio stavo guidando. Ho accostato sulla corsia di emergenza per segnarmi il suo nome e il titolo del libro che era stato appena pubblicato [Rope Burns]. Circa sei mesi dopo ho acquistato i diritti di uno dei racconti e ho scritto la sceneggiatura per divertimento, senza alcun finanziamento, come ho fatto con Crash. Un anno dopo mi è venuto in aiuto il mio amico Bobby Moresco. Avevo tentato di comprimere cinque storie in una. Mi ha aiutato a ridurre il tutto a due storie. Non è stato facile. Si crede a torto che adattare del materiale preesistente sia più semplice che creare una storia originale. Ma ho potuto utilizzare elementi della mia esperienza personale, compresi i rapporti difficili che in un certo periodo avevo avuto con mia figlia. Terminata la sceneggiatura siamo riusciti ad attirare l’interesse di Hilary Swank e Morgan Freeman, e io ho iniziato a girare Crash. Ho poi mandato Million Dollar Baby a Clint perché pensavo a lui per il ruolo di Frankie. Lui ha accettato, e poi ha chiesto innocentemente: “Potrei anche girarlo?”, senza sospettare che avevo sempre pensato di dirigerlo io… […] Ma molto rapidamente mi sono detto: “È Clint Eastwood! Quando ti ricapiterà di lavorare con lui? E poi farà un lavoro molto migliore!”. Così gli ho risposto che sarei stato onorato se lui avesse diretto il film e lo avessimo prodotto insieme. In quella fase non l’avevo ancora incontrato di persona. Durante la conversazione in cui mi aveva parlato di Flags of Our Fathers avevo buttato lì “A proposito, ha la mia prima bozza di Million Dollar Baby. Vediamoci, così mi fa sapere le sue idee e io le incorporo nella sceneggiatura”. Mi aveva risposto: “No, la sceneggiatura va bene”. Così ha girato la mia prima stesura. Sono rimasto a bocca aperta. Ero colpito dalla fiducia che ripone nelle persone. È per questo che autori e attori lo amano tanto. Si aspetta molto da te. Si fida ciecamente. E se non ce la fai da solo ti dà una mano. A Hollywood una simile fiducia è rarissima (Paul Haggis).