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27/06

Cinema Arlecchino > 09:00

SÅNT HÄNDER INTE HÄR

Ingmar Bergman

SÅNT HÄNDER INTE HÄR

Scheda Film

Sånt händer inte här, spy story di Ingmar Bergman ambientata ai tempi della guerra fredda, è un film praticamente sconosciuto poiché il regista stesso lo disconobbe e dopo l’uscita nelle sale fece di tutto per impedirne la proiezione.
Senza andare troppo per il sottile, il film narra di un agente dello stato di Liquidatzia che tenta di infiltrarsi in un gruppo di esuli a Stoccolma. L’agente ha un nome dal suono baltico, Atkä Natas, che letto al contrario diventa Äkta Satan (‘Vero Satana’). Nel suo libro di memorie Immagini Bergman racconta di essere entrato in crisi già quattro giorni dopo l’inizio delle riprese: “Conobbi gli attori baltici esuli che dovevano partecipare al film. Fu uno shock. All’improvviso capii che genere di film avremmo dovuto fare. Tra gli attori scoprii una tale ricchezza di storie ed esperienze di vita che l’intreccio malamente sviluppato di Sånt händer inte här mi sembrava quasi osceno”.
È chiaro che il thriller non era un genere particolarmente caro a Bergman, e le scene che ritraggono valigette con documenti segreti che cambiano di mano sotto la minaccia delle armi sono effettivamente goffe. Ma Bergman e il direttore della fotografia Gunnar Fischer (che filmò nove dei dodici film realizzati dal regista negli anni Cinquanta) riescono comunque a creare un’atmosfera inquietante, e Sånt händer inte här comprende alcune scene girate nel centro di Stoccolma che rappresentano una particolarità unica nell’opera di Bergman. A commento dell’ingenuità degli svedesi e della loro tendenza a ignorare il conflitto politico globale, il film è anche parzialmente girato nell’elegante periferia occidentale della città, dove durante e subito dopo la guerra visse Per Albin Hansson, a lungo primo ministro del paese.
In occasione del centenario della nascita del regista, la Svensk Filmindustri e la famiglia Bergman, detentori dei diritti, hanno acconsentito a un numero limitato di proiezioni di Sånt händer inte här. Siamo molto lieti di presentarlo al Cinema Ritrovato, com’era nei desideri del compianto direttore artistico del festival, Peter von Bagh.

Jon Wengström

Peter von Bagh su Sånt händer inte här

“Chi era?” “Non lo so – Io ero solo sua moglie”

La giovinezza, i sogni e l’estate nordica dominano molti dei film girati da Bergman nei primi cinque anni della sua carriera (a partire dal 1945). Gli inferni matrimoniali sono ancora di là da venire. Le prime avvisaglie si svelano in un capolavoro intitolato Törst (Sete, 1949), ma le vere basi si trovano in un film che nella produzione del regista è probabilmente il meno visto. Sånt händer inte här, realizzato durante la guerra fredda e intriso della sua atmosfera, finirà poi vittima dell’autocensura di Bergman che farà di tutto perché non venga proiettato. Il film non è quasi mai stato proiettato neppure nelle retrospettive più complete dedicate al regista. Fin dall’inizio sono presenti elementi ‘infausti’. Un aereo scompare tra le nuvole. Scene notturne di una Stoccolma estiva sono stranamente interrotte dalle immagini di Ulf Palme sul sedile posteriore di un’auto. Sappiamo che porta con sé un passaporto falso. L’atmosfera da film noir, perfetta nelle luci e nelle inquadrature, è caratterizzata da un’espressiva assenza di espressioni. Alla radio si sente suonare l’inno nazionale svedese. Lo spettatore capisce di essere immerso nella frenetica, insulsa e crudele realtà politica dei primi anni Cinquanta. La storia di una relazione evolve in un contesto politico perturbante. Ci troviamo davanti alla verità di un matrimonio che non è quel che sembra. Né lo è la Svezia. Il punto culminante del film è la scena in cui la moglie pugnala il marito conficcandogli un coltello nel collo, ‘giustamente’, dal punto di vista dello spettatore. Il film, ricco di momenti estremamente densi, è espressione del noir nordico nella sua forma migliore: il cadavere trasportato su un carretto (quasi come un bimbo in una carrozzina) durante le prove a teatro, Ulf Palme che muore cadendo dalla cima dell’ascensore Katarina, frequenti immagini legate alla colpa e all’incubo. Il tutto rientra alla perfezione nell’albero genealogico dello stile bergmaniano, caratterizzato da forti legami con la cupa tradizione del cinema francese degli anni Trenta (Julien Duvivier, Marcel Carné). Il tono è simile a quello di molti thriller contemporanei come La città assediata di George Seaton e Salto mortale di Elia Kazan, ma la visione di Bergman è più interessante. Il film coevo che più che ci si avvicina potrebbe essere The Secret People di Thorold Dickinson, che tuttavia evita gli accenni alla guerra fredda per concentrarsi sul terrorismo. Tra i pezzi forti che ci si aspetta da film di questo tipo c’è spesso una scena in un cinema (si veda Sabotaggio di Alfred Hitchcock e Agguato ai tropici di John Huston). Anche Bergman ne inserisce una: in sala viene proiettato un cartone animato di Paperino e sul retro c’è un incontro tra esuli cui partecipa Signe Hasso, sospettata di essere un’informatrice. Qual è dunque il paese dalle cui ombre emergono le forze del buio che operano nell’accogliente Stoccolma? Lo stato si chiama Liquidatzia, ma naturalmente si tratta dell’Unione Sovietica, in particolare di uno dei paesi baltici. Gli emigrati baltici vengono ritratti prima felici a un matrimonio e poi severi e giudicanti durante una riunione in cui uno di loro viene smascherato come traditore (e non è l’unico sospettato destinato a perdere la vita). Anche il nome di una nave vista nel film è un gioco di parole: letto al contrario è il titolo del giornale comunista “Ny Dag” [Nuovo Giorno] (“Nydag Kominform”…). Vista attraverso il filtro della guerra fredda, la Svezia qui raccontata è pervasa da una certa frenesia primordiale. Il film funziona soprattutto come un muto. Dato che non c’è una lingua comune e che gran parte della comunicazione è comunque illusoria, ancora una volta abbiamo di fronte una comunità bergmaniana tormentata, enigmatica e alienata che si fonde con una geografia sintetica, i suoi non-cittadini condannati a una solitudine incurabile proprio come in Sete, Il silenzio (1962) e La vergogna (1968). La vita è assurda, ogni tentativo è privo di senso, e anche se la ‘coppia principale’ si ritrova in sintonia la severità del clima non si allenta mai. La coppia è composta da un poliziotto e da Signe Hasso, che la sera prima ha ucciso suo marito. Si può già intravedere la promessa dell’ideale armonia della ‘casa del popolo’ (Folkhemmet), ma l’anima è nerissima. La problematica della colpa può essere paragonata ai finali di alcuni film di Hitchcock (Ricatto, Sabotaggio) e perfino di opere successive come Il sipario strappato e Topaz, che trascendono la loro mediocre reputazione. I personaggi sono per lo più sgradevoli. Oltre a emigranti cupi e apatici (molti dei quali parlano con accenti patetici) ci sono varie figure descritte in maniera beffarda o sarcastica: un dottore ubriaco, un poliziotto sleale che dà la caccia a Signe Hasso. Come se non bastasse, l’unico legame che sembrava armonioso – mostrato nello splendido folklore delle nozze – si rivela essere un grottesco bluff. La visione tuttavia non è semplicistica. L’uomo smascherato come informatore ha un messaggio importante: “questo è un gran momento per voi gente compiaciuta, quant’è facile per voi in un paese come questo… più facile di quanto sia per noi, che abbiamo vissuto le stanze di tortura”. Bergman evita le meccaniche visioni in bianco e nero del cinema americano sulla guerra fredda. Non posso dirmi d’accordo con l’ossessiva contrarietà del regista alla proiezione di questo film. Come Uno, due, tre! di Billy Wilder dieci anni dopo, è un’opera che sferra colpi in tutte le direzioni. Idealismo e purezza d’intenti sono esclusi, per tutti i personaggi. La conversazione tra il poliziotto e Palme va avanti a botte: con la perdita di conoscenza arriva l’inno che saluta l’arrivo dell’estate (“Den blomstertid nu kommer”). Il film è costantemente percorso da una vena umoristica. Può mancare di un fulcro e perfino d’intensità, soprattutto se il pensiero corre alla restante produzione di Bergman. I limiti imposti dal genere non sempre si addicono a un regista individualista. Il personaggio interpretato da Ulf Palme è un antieroe bergmaniano nella morsa della guerra fredda, un uomo angustiato, tormentato, suicida. È diventato freddo e spietato un po’ come i personaggi del miglior Clouzot. È stato ‘buono’, adesso è ‘cattivo’. La sua cinica consapevolezza e il suo vissuto – è stato condannato a morte come Dostoevskij – sono all’origine di una fatale tracotanza: “So tutto dell’umanità”. In ogni rivoluzione vince l’elemento nero: i poliziotti, gli assassini, i criminali… Naturalmente stiamo parlando di circostanze internazionali ‘obiettivamente’ infuocate, ma dal punto di vista di Bergman esse sono anche l’occasione per illustrare una situazione in cui l’omicidio a sangue freddo – la fine di un matrimonio – è uno sviluppo logico nel barometro delle relazioni.

Peter von Bagh, Häiriötilanne kansankodissa [Problema alla Casa del Popolo], in “Filmihullu”, n. 2, 1996, traduzione di Antti Alanen

Folkhemmet (‘la casa del popolo’) indica il welfare State svedese sia in senso generale sia in senso più stretto, con riferimento al periodo 1932-1976 in cui il paese fu governato dal Partito Socialdemocratico.

Cast and Credits

Sog.: dal romanzo I løpet av tolv timer di Peter Valentin [Waldemar Brøgger]. Scen.: Herbert Grevenius. F.: Gunnar Fischer. M.: Lennart Wallén. Scgf.: Nils Svenwall. Mus.: Erik Nordgren. Int.: Signe Hasso (Vera Irmelin), Alf Kjellin (Björn Almkvist), Ulf Palme (Atkä Natas), Gösta Cederlund (il dottore), Yngve Nordwall (Lindell), Hannu Kompus (il sacerdote), Sylvia Tael (Vanja), Els Vaarman (la rifugiata), Edmar Kuus (Leino/Sander), Ragnar Klange (Filip Rundblom). Prod.: Helge Hagerman, AB Svensk Filmindustri. DCP. D.: 85’. Bn.