Intervista a Ehsan Khoshbakht, curatore della rassegna ‘Noir Teheran’, retrospettiva dedicata al genio ritrovato del regista Samuel Khachikian

Prima di tutto vorrei sapere di più in merito all’intero processo che hai intrapreso per portare al Cinema Ritrovato i quattro film di Samuel Khachikian per la rassegna Noir Teheran. In quanto curatore come hai operato?

Ho iniziato a curare una sezione di cinema iraniano al Cinema Ritrovato due anni fa. Naturalmente quando si fa programmazione per un festival come questo si pensa ai classici del cinema d’essay, ai migliori esempi del periodo moderno di un cinema nazionale, in questo caso l’Iran. Dunque ho iniziato con un programma chiamato The pearls of Iranian New Wave due anni fa e l’anno scorso ho curato una retrospettiva su Hibraim Golestan che è il padre della new wave cinematografica iraniana. Dunque mi sono relazionato a una versione del cinema iraniano più di nicchia. Quando Golestan era qui al festival l’anno scorso, al tempo aveva 94 anni, mi ha detto una cosa che mi ha interessato molto: “Mi chiedo come mai la gente non parla più di figure come Samuel Khachikian”.

Beh, io ho sempre amato Samuel Khachikian ed i suoi film e quella frase ha veramente innescato qualcosa in me, dunque ho pensato: “Wow, quando in Bologna proiettiamo i film di John Ford, di Hitchcock o di Howard Hawks, si tratta davvero di film d’essay? No, sono film commerciali che erano fatti per il pubblico, per le masse e venivano distribuiti nelle normali sale cinematografiche. Dunque, se grazie a queste proiezioni abbiamo una buona comprensione dei diversi modi di fare cinema dei paesi con industrie cinematografiche forti, perché non dovremmo applicare lo stesso concetto ai cinema nazionali che sono meno conosciuti nel mondo occidentale? E’ così che nata l’idea di presentare il cinema di Samuel Khachikian e di creare la sezione del festival Noir Teheran.

Sapevo che avevo a che fare con un regista estremamente conosciuto nel suo paese e sapevo anche che sarebbe stato interessante per un pubblico internazionale, dal punto di vista della re-interpretazione dei generi del cinema occidentale in qualcosa di specificamente molto iraniano. Questi film hanno qualcosa di familiare e allo stesso tempo risultano bizzarri e diversi: riconosciamo l’uso della luce, capiamo da dove arriva una certa messa in scena, ma allo stesso tempo hanno un che di inusuale e fresco. Dunque ecco la mia idea: volevo creare un caso intorno a questo tipo di cinema e Khachikian era l’opzione migliore perché era di gran lunga il più grande regista del periodo antecedente la rivoluzione e i suoi film ai tempi erano fortemente famosi.

Era anche un armeno-iraniano, questo è un altro aspetto fondamentale. Se ci si pensa molti registi di Hollywood erano immigrati, esiliati, espatriati e facevano cinema a Hollywood. Quindi abbiamo un armeno iraniano figlio di rifugiati, nato in Iran, di una religione diversa dalla maggior parte dei suoi connazionali che faceva film per tutti e questo è un punto altrettanto interessante e stimolante per la mia pratica curatoriale. Ad esempio, il primo film della retrospettiva è Crossroad of Events il quale, come molti film noir, inizia con una ripresa della città suggerendo che la città ha molte storie e questa è solo una di esse. Dunque vediamo un ragazzo all’incrocio di una strada e la prima cosa che si sente e il suono della preghiera – l’Adhān – questo la prima volta che la macchina da presa inquadra l’incrocio; ma la seconda volta che lo inquadra si sentono invece le campane di una chiesa. Khachikian è un uomo che fa film venendo da un contesto culturale diverso ma che fa film in un paese di religione mussulmana: in questo processo apporta idee nuove alla gente di quel paese. I suoi film sono un atto di riconciliazione molto creativo tra due culture diverse.

A questo punto ho pensato che fosse un’idea interessante, ma quando si presenta del cinema iraniano, il più grande problema è sempre dove recuperare le pellicole. L’idea era che questi film fossero andati perduti per sempre o almeno che i negativi originali fossero andati persi – il che era vero – nessun negativo dei film è sopravvissuto. Fortunatamente c’erano alcuni positivi custoditi all’archivio cinematografico nazionale dell’Iran, dunque mi sono rivolto a loro. La prima reazione, lo avevo previsto, è stata negativa. Il loro punto era: “Abbiamo fatto una rivoluzione e il materiale che ci chiedi è esattamente ciò contro cui ci siamo ribellati, è proprio ciò che non vogliamo fare: questo tipo di cinema. I valori presentati in questi film sono l’esatta ragione per cui la rivoluzione è scoppiata, dunque perché li vuoi promuovere nuovamente? Perché ti vuoi fissare su questa immagine dell’Iran? Questi non sono nemmeno film così raffinati!”.

Si è trattato di negoziare: tu vuoi convincere uno dei responsabili dell’archivio nazionale cinematografico dell’Iran che questa operazione è importante, che ci sono degli aspetti storici di rilievo e che c’è una grande curiosità a livello internazionale da parte di esperti, critici e altre persone che solitamente frequentano festival come il Cinema Ritrovato. Ma il processo ha avuto tempi molto lunghi – per scherzare dico che è stato lungo quanto un negoziato nucleare, più o meno ci è voluto lo stesso tempo. Ci siamo mandati moltissime email e alla fine mi hanno detto si, imponendo le loro condizioni che erano molto rigide.

Devo dire che alla fine il tutto è stato reso possibile grazie alla generosità della Cineteca di Bologna, che si è offerta di restaurare una parte dei film: questo è stato determinante. Per cui la Cineteca di Bologna ha restaurato due dei quattro film presentati al Cinema Ritrovato: Anxiety and The Strike.

So che probabilmente nel profondo del loro cuore gli addetti dell’archivio nazionale di stato erano a loro volta interessate al progetto, ma in principio hanno mostrato delle resistenze: non hanno molta libertà di fare quello che desiderano. Alla fine però hanno fatto qualcosa di meraviglioso, hanno detto: “Va bene, tu restauri due film e noi pensiamo a restaurare gli altri due. E ci hanno mandato il film Storm in our City, che è stato proiettato il 28 giugno qui al festival ed è stato assolutamente eccezionale, quello che hanno fatto in Iran è davvero notevole: il lavoro era buono quanto alcuni restauri realizzati dalle migliori istituzioni europee. In realtà hanno a cuore questo tipo di progetti, ma il loro atteggiamento sembra voler dire il contrario. E poi hanno anche mandato una stampa in 35 millimetri di Crossroad of Events che era in buono stato, considerando che è del 1955: si tratta di uno dei primi film iraniani realizzati dopo la seconda guerra mondiale.

Dunque è così che tutti questi pezzi sono stati messi assieme e che sono riuscito a presentare la rassegna qui a Bologna, ma tutto si è risolto all’ultimo minuto, con molti dubbi, molte preoccupazioni. Ad ogni modo il progetto è andato in porto, questo è l’importante.

Il caso del cinema di Samuel Khachikian è davvero interessante perché da un lato ha degli aspetti commerciali, non di nicchia, ma d’altro canto contiene qualcosa di molto underground agli occhi della comunità cinefila internazionale: dunque una rara combinazione di toni e intenzioni rispetto al cinema. Ora che questi film sono stati proiettati dopo circa quarant’anni anni, credi che andranno a costituire una nuova piccola eredità?

Questi film sono reperibili on line in copie terribili e sono comunque stati visualizzati da moltissime persone. Alcune di queste copie disponibili on line sono talmente rovinate che guardarle su You Tube è probabilmente più un atto di immaginazione attiva: non si riescono nemmeno a vedere le figure! Si tratta praticamente di indovinare che cosa sta accadendo, qual è l’azione principale della sequenza. Qui a Bologna abbiamo proiettato delle copie meravigliose di questi film, che ovviamente le persone in Iran non avranno modo di vedere. Ma per quel che riguarda la comunità internazionale che in questi giorni ha partecipato al Cinema Ritrovato, credo che i quattro film di Samuel Khachikian saranno un’enorme rivelazione da molti punti di vista.

Innanzitutto dopo questa retrospettiva si comprenderà il fatto che è esistito un cinema iraniano prima di Abbas Kiarostami, che c’era un cinema iraniano sin dall’inizio del ventesimo secolo e che vi era nel paese un’industria cinematografica dopo la seconda guerra. Quando guardiamo un film di Khachikian comprendiamo immediatamente che si tratta di un lavoro diretto da un uomo che conosce il cinema da cima a fondo. Com’è possibile? Perché l’Iran negli anni ‘50 e ‘60 era una mecca per gli appassionati di cinema, probabilmente vi era maggior fermento lì che nelle più importanti città europee. Nei paesi europei, diciamo in Italia per esempio, si potevano vedere film americani, francesi e italiani ovviamente… In Iran era possibile accedere a tutto questo ed in più si trovavano film indiani, egiziani, turchi, russi (da un punto di vista geopolitico l’Iran era interessato tutti a questi paesi). Questi film arrivavano nel paese e venivano proiettati nei cinema per il grande pubblico, non parlo di sale d’essay. – le cose poi cambiarono leggermente negli anni ’70.

Khachikian era il prodotto di una nazione cinefila. Ovviamente era un genio, dunque assimilava tutto: guardando uno dei suoi film si possono notare numerose influenze diverse e credo che questo risulti molto interessante per il pubblico del Cinema Ritrovato, perché è in grado di riconoscere i vari riferimenti, di cogliere come ad esempio registri musical o di fantascienza siano stati incorporati nei film.

Si tratta della combinazione di diversi elementi e spero che proiettando questi film a Bologna, il pubblico possa apprezzarli da un punto di vista storico ma anche comprendere meglio il cinema iraniano (non solo il cinema iraniano pre-rivoluzionario ma anche il cinema iraniano pre-rivoluzionario mainstream, è questo il punto centrale di questa operazione).

Un altro aspetto importante è la percezione internazionale di come i generi cinematografici possano trasformarsi drasticamente: per gli ultimi tre decenni è stato frequente vedere film che sono un rimescolamento giocoso di molti generi diversi, una sorta di cinema post-post-moderno, pensiamo a registi di tendenza come Tarantino e altri della sua generazione. Ma poi ci si imbatte in un film come Storm in Our City di Khachikian, un film del 1958 che inizia come un film horror, diventa poi un melodramma sociale, poi una commedia ed infine un musical con anche certi toni di fantascienza e di film poliziesco. E il regista fa questi passaggi in modo così fluido che quasi non si intuisce che il film sta cambiando forma continuamente pur restando un’opera unitaria. Questo è un tipo di cinema che si può vedere solo in un paese come l’Iran in quel determinato periodo. Le convenzioni cinematografiche del cinema occidentale erano molto nette e precise, c’era un sovvertimento minimo dei codici narrativi. Ma in Iran si poteva agire liberamente, a patto che la storia risultasse interessante. Il film ha una forma libera per questa ragione: ha una modernità che in Europa o in America non c’era e questo risulta molto fresco e nuovo.

Il continuo slittamento di generi nel cinema di Samuel Khachikian sembra essere tenuto insieme da un senso dell’umorismo tutto particolare, i suoi film hanno degli aspetti molto comici, specialmente Anxiety. In alcun passaggi si intuiscono quasi delle sfumature della Commedia all’Italiana. Hai qualche commento rispetto alla capacità di Khachikian di essere comico nei suoi film? Forse questo ha a che fare con alcuni tratti della sua personalità?

In realtà le interviste che ho letto non lasciano intuire un personaggio particolarmente spiritoso. Ho due teorie a riguardo. Da un lato, come hai osservato, la tradizione della commedia italiana, era ovviamente molto forte in Iran. Stiamo parlando di un paese in cui personaggi come Pietro Germi o Dino Risi erano estremamente famosi. Quasi ogni film che era prodotto in Italia negli anni ’50 e ’60 veniva distribuito in Iran. Il cinema Italiano in quegli anni aveva avuto un vero boom in Iran. Ed infatti venivano realizzati molti remake di film italiani, che tra l’altro sono l’oggetto di un documentario a cui sto lavorando che si intitolerà Film Farsi. Un tempo in Iran venivano addirittura fatti remake di film di Fellini, facendo leva solo sul lato comico e leggero del regista. Quindi quello può sicuramente essere stato un aspetto che lo ha influenzato.

Ma al di là di questo credo che la sua visione ironica della società iraniana derivi dal fatto che il suo modo di fare cinema, specialmente nei primi film – Storm in Our City e Crossroads of Events – fosse fondato su il contrasto: vengono proposte sempre due versioni di tutte le cose, una tradizionale e una moderna. Si vedono persone sedute per terra in modo molto tradizionale davanti ad una tavola imbandita per il capodanno persiano e la scena successiva si vede un party di capodanno, in stile cristiano con le persone che ballano su musica occidentale in eleganti vestiti da sera.

Il contrasto tra valori moderni e valori tradizionali è il tema centrale del cinema iraniano. La bellezza del cinema di Khachikian sta nel fatto che egli è in grado di proporre quest’idea in modo molto brillante, divertente e attraverso immagini incredibili che funzionano molto bene nei suoi film.

Dunque quello che tu cogli come una certa ironia è essenzialmente il risultato paradossale del conflitto interno alla società iraniana che Khachikian presenta come qualcosa di divertente, ma anche di oscuro. Per esempio Anxiety ha alcune scene comiche, come quella in cui una pistola è invece un accendi sigari, ma in realtà si tratta di una lettura oscura del modernismo che in quegli anni stava arrivando in Iran. Prima il regista introduce tutte le idee della modernità, alcune forse le inventa, perché dubito che esistessero così a quel tempo; cene di beneficenza, macchine americane, la radio, il cliché dello scrittore di gialli… In un secondo momento distrugge tutto e lo sovverte con una vena che può risultare ironica. Ha un approccio molto sovversivo verso la modernizzazione del paese tra i primi anni ’60 e la fine degli anni ’70, quando la rivoluzione islamica interrompe bruscamente e per lungo tempo la sua carriera.

A proposito in uno dei tuoi articoli sono riportate delle dichiarazioni molto amare rilasciate da Samuel Khachikian poco prima di morire, mosse dalla grande frustrazione per essere stato trascurato e dimenticato come regista per oltre vent’anni. Credo che la retrospettiva Noir Teheran sia il più bel omaggio all’opera del regista e che questo gratifichi anche te, curatore cinematografico, in termini di responsabilità culturale.

Questa è la cosa più importante che ho fatto fino ad ora, ecco tutto. Ho presentato molti film straordinari in passato, ma questo progetto è molto personale, esattamente per il punto che hai sollevato. Perché lo hanno trattato come spazzatura, lo hanno distrutto e io non perdonerò mai le persone che gli hanno fatto questo. Dunque è molto importante per me: durante il Cinema Ritrovato ho mandato messaggi alla famiglia di Khachikian tutti i giorni, spedendo foto delle tante persone che andavano a vedere i suoi film, è davvero importante per loro. Quando ho chiamato il figlio di Khachikian per informarlo della retrospettiva, certamente era emozionatissimo ma ho capito che era anche molto triste, a causa dell’ignoranza per l’eredità cinematografica del padre.

Si tratta di un progetto di grande importanza e ora, considerando le scansioni dei film presenti qui a Bologna, credo che abbiamo creato qualcosa di bellissimo anche per gli iraniani. Chissà, forse tra sei mesi o forse tra sessant’anni potranno essere proiettati in Iran. Almeno ora esiste una versione che può andare, che può essere proiettata, perché prima i positivi non potevano essere proiettati, non passavano nemmeno attraverso il proiettore.

Dunque sono pronti per essere proiettati.

In qualunque momenti, si, sono pronti.

Laura Di Nicolantonio, Corso di Alta Formazione redattore multimediale e crossmediale della Cineteca di Bologna.